Ranieri, l’uomo della ricostruzione: “Se ti chiamano, devi dire sì”

“Dirigente o allenatore? Non lo so. Se vieni chiamato devi rispondere sì e basta”.

Claudio Ranieri non poteva essere più diretto. Del resto, Sir Claudio non ha mai avuto bisogno di troppi giri di parole. Quando la Nazionale chiama, si risponde presente.

E così ha fatto anche questa volta, accettando un incarico che va ben oltre una semplice scrivania.

Da martedì Ranieri è ufficialmente ilnuovo direttore tecnico della Nazionale e presidente del Club Italia, raccogliendo l’eredità di Paolo Maldini, dimessosi dopo il fallimento del progetto che avrebbe dovuto portare Andrea Pirlo sulla panchina azzurra.

Mercoledì la presentazione ufficiale, accanto a Roberto Mancini. Due uomini di calcio, due storie completamente diverse, ma accomunati da una missione che in questo momento sembra quasi proibitiva:rimettere in piedi la Nazionale italiana.

Ranieri arriva dopo il terremoto

Il tempismo racconta già molto.

Il nuovo corso della FIGC targato Giovanni Malagò era partito con l’idea di cambiare metodo, uomini e soprattutto mentalità.

E invece, nel giro di pochissimo tempo, il progetto Maldini-Leonardo è naufragato, Pirlo è stato escluso dalla corsa alla panchina e lo stesso Maldini ha deciso di farsi da parte.

A quel punto serviva qualcuno capace di garantire credibilità, esperienza e soprattutto equilibrio.

Malagò ha scelto Ranieri.

Una scelta quasi naturale per un uomo che ha attraversato decenni di calcio internazionale, allenato grandi club e vissuto sulla propria pelle vittorie, fallimenti, pressioni e rifondazioni.

Ma soprattutto un uomo chenon ha bisogno della Nazionale per costruirsi una reputazione.

Ed è proprio questo il suo principale punto di forza.

“Se ti chiamano, devi dire sì”

La frase pronunciata da Ranieri è più significativa di quanto possa sembrare.

Perché fotografa una concezione della Nazionale che negli ultimi anni sembrava essersi smarrita:la maglia azzurra viene prima delle ambizioni personali.

Ranieri non ha fatto calcoli sul ruolo. Non ha chiesto se fosse più prestigioso fare il direttore tecnico o il commissario tecnico. Non ha aspettato di capire quale fosse il potere reale dell’incarico.

È stato chiamato e ha risposto sì.

Punto.

In un calcio sempre più dominato da contratti, clausole, strategie personali e convenienze, la semplicità di quella risposta suona quasi rivoluzionaria.

Ma il suo compito sarà enorme

Ranieri non dovrà soltanto occuparsi della Nazionale maggiore.

Come presidente del Club Italia avrà una responsabilità più ampia:dovrà contribuire a ricostruire un’intera filiera azzurra, coordinando le diverse componenti e creando una linea comune tra le varie selezioni.

E soprattutto dovrà fare da cerniera tra la parte tecnica e quella dirigenziale.

Qui potrebbe emergere la vera importanza della sua nomina.

Perché Mancini conosce perfettamente la panchina della Nazionale. Ranieri conosce invece il calcio nella sua complessità.

Il primo dovrà vincere le partite.

Il secondo dovrà contribuire a costruire le condizioni perché quelle partite possano essere vinte.

La coppia Mancini-Ranieri

Il binomio scelto da Malagò è affascinante proprio perché mette insieme due personalità differenti.

Mancini è l’uomo del campo, delle scelte tecniche, dei giocatori e del risultato.

Ranieri è l’uomo dell’esperienza, della mediazione e della gestione.

Uno dovrà pensare a come riportare l’Italia ai vertici.

L’altro dovrà fare in modo che intorno a lui ci sia una struttura finalmente stabile.

E forse è proprio questa la scommessa più importante della nuova FIGC.

Dopo anni di commissari tecnici cambiati, progetti annunciati e poi abbandonati, polemiche interne e scelte spesso contraddittorie,la Nazionale ha bisogno soprattutto di continuità.

Non può più permettersi di vivere di emergenze.

Ranieri non è un parafulmine

Attenzione, però.

Il rischio è che la grande autorevolezza di Ranieri venga utilizzata come una sorta di copertura per gli errori della politica sportiva.

Non sarebbe giusto.

Ranieri può essere un eccellente direttore tecnico, ma non può diventare il parafulmine di una Federazione che deve ancora dimostrare di avere una strategia chiara.

La sua presenza può aiutare a ricostruire credibilità, manon può cancellare quello che è successo nelle ultime settimane.

Prima Maldini e Leonardo.

Poi Pirlo.

Poi le dimissioni.

Infine Mancini e Ranieri.

Troppi cambiamenti, troppe giravolte, troppe decisioni prese e poi ribaltate.

E se davvero Malagò vuole inaugurare una nuova era, dovrà dimostrarlo non attraverso i nomi, ma attraverso la capacità di costruire un progetto che duri più di qualche settimana.

Sir Claudio adesso deve rimettere ordine

Ranieri ha accettato senza esitazioni.

Adesso però toccherà a lui mettere ordine.

Dovrà riportare serenità nell’ambiente, ricostruire rapporti, valorizzare i giovani, creare una struttura tecnica credibile e soprattutto proteggere Mancini dalle inevitabili pressioni che accompagneranno il suo ritorno.

E dovrà farlo senza perdere quella caratteristica che lo ha sempre contraddistinto:la normalità.

Ranieri non ha bisogno di proclami.

Non ha bisogno di vendere illusioni.

Ha semplicemente detto:“Se ti chiamano, devi dire sì”.

Ora che ha risposto alla chiamata, però, arriva la parte difficile.

Perché l’Italia non ha bisogno soltanto di un direttore tecnico.

Ha bisogno di qualcuno che rimetta insieme i pezzi.

E forse, dopo tutto il caos delle ultime settimane, Sir Claudio è proprio l’uomo giusto per provarci.

La conferenza stampa di Claudio Ranieri

Questo ruolo così prestigioso è il coronamento della sua carriera o una rivalsa per quanto accaduto con la Roma?

Assolutamente no, è solo il coronamento di una carriera. Ero al mare quando il presidente mi ha chiamato e non ho avuto dubbi nell’accettare. Mi premono tantissimo due cose: far innamorare tutti i tifosi della maglia azzurra e di realizzare il sogno di tutti quei bambini e ragazzi, come mio nipote di 12 anni, che non hanno mai visto l’Italia al Mondiali.

Ha parlato di un percorso difficile. Per risistemare l’intero sistema quanto tempo serve?

È difficile dirlo, c’è da lavorare. Roberto dovrà sistemare la situazione campo, io quella che non si vede. Qualcuno a Cagliari mi ha detto che i bambini per andare alle scuole calcio spendono troppi soldi, questo non può accadere. Non possiamo permetterci in questo periodo storico dove i bambini sono presi da altre distrazioni di perderli. Dobbiamo riavvicinarli al calcio abbassando i prezzi. Un mese fa ho detto che le nazionali giovanili stanno lavorando bene, ciò che è difficile è l’ultimo salto. Dobbiamo vedere come possono fare le squadre per permettere al selezionatore di avere a disposizione più calciatori. Dobbiamo lavorare sulla tecnica e sulla tattica individuale, cose che i nostri giovani allenatori non fanno più perché devono vincere.

Cosa bisogna fare per permettere ai giovani italiani di giocare di più nei top club di Serie A?

Una volta c’era un massimo di tre stranieri, ora le cose sono cambiate. Non posso essere io a decidere per i club, ma bisogna dare al selezionare l’opportunità di scegliere. A qualsiasi livello gli allenatori devono vincere, non posso obbligarli a far giocare qualcuno. Mi auguro che tutte le componenti possano permettere alle loro squadre di far giocare più italiani.

Cosa ne pensa del programma presentato da Maldini e Leonardo? 

Giovanni (Malagò, ndr) mi ha chiamato lunedì sera, quindi non l’ho ancora visto. Ma ho il dovere di guardare tutto e prendere ciò che c’è di buono. Credo sia stato travisato qualcosa quando Maldini parlava di dieci anni, perché l’obiettivo è lavorare sui ragazzi di 10-12 anni e aiutarli a diventare bravi. La differenza tra noi e gli altri è che noi siamo bravi tatticamente e di squadra, mentre gli altri sono bravi tecnicamente. n passato c’erano meno scuole calcio, ma si giocava per strada e si dribblava. Ora non si dribbla più, bisogna tornare a lasciar esprimere il ragazzo. Poi bisogna inquadrarlo dopo i 14-15 anni, mi farò dare se disponibile questo programma e non avrò paura a portarlo avanti.

Si è mai pentito del “no” all’Italia visto ciò che è successo poi con la Roma?

Ogni volta che ho scelto con il cuore non mi sono mai pentito e anche questa volta è così. Non potevo rescindere il contratto con la Roma, che è anche la mia squadra del cuore, o avere il doppio ruolo. Ci sarebbero stati troppi conflitti d’interesse.

Cosa ne pensa sua moglie di questo nuovo incarico?

Finalmente non le faccio fare un altro trasloco, quindi sarà contenta.

Si sente di dare un consiglio a Mancini?

Sono stato allenatore fino a un paio d’anni fa. Se Roberto vorrà avere dei consigli, sarò felice di darglieli. Altrimenti me ne starò al mio posto. Ho tante altre cose a cui pensare in questo ruolo.

Ha parlato dei prezzi delle scuole calcio. Cosa ne pensa?

Tocca a me capire come fare ad abbassarli. Non ho idea di quanto costi una retta con il completino: fatemi avere tutte le carte e poi vedrò se posso fare quello che voglio. Io vedo i bambini giocare in spiaggia, giocano a tutto per cui bisogna riportarli sui campi da calcio.

Oltre ai bambini, pensa che bisognerà far rinnamorare anche gli stessi calciatori alla Nazionale?

Credo che i nostri giocatori abbiano un senso di appartenenza, poi quando tutto è negativo queste cose non si vedono. Loro sono innamorati di questa maglia e soffrono più di noi perché sanno che amarezza si prova quando si perde.

Chiederete una mano anche alla politica?

Chiederò un aiuto a tutti quanti, anche alla politica se dovesse servire. È bello seguire l’Italia anche quando vince, non solo quando perde. Ne va della nostra italianità, non possiamo andare avanti così.

Come si rapporterà con Roberto Mancini? 

Non andrò mai a dirgli quello che deve fare, se lui pensa di avere la necessità di sapere la mia opinione sarò ben felice di dargliela. Io da allenatore non andavo dal direttore sportivo a chiedergli le sue opinioni, ne parlavo con i miei collaboratori. Ricordo quando Mancini vinse la Premier League, andai alla sua ultima partita in casa e fu bellissimo vedere trionfare un italiano.

C’è qualcosa della sua ultima esperienza alla Roma che pensa di portare nel Club Italia?

Alla Roma è stato un anno di esperienza, di cose particolari, lontane da me ma più formative. Porterò qualcosa anche in questa nuova avventura. .

Articolo a cura diStefano Ghezzi– Sportpress24.com

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