Il trenino non si ferma: il ricordo eterno di Igor Protti

Le immagini che lo ritraggono mentre accompagna la figlia Noemi all’altare, appena poche settimane fa, raccontano forse meglio di qualsiasi statistica chi fosse davvero Igor Protti.

Un uomo prima ancora che un calciatore, capace di entrare nel cuore della gente con la stessa naturalezza con cui per anni aveva trovato la via del gol.

La notizia della sua scomparsa ha scosso il mondo del calcio italiano

Non solo le piazze che lo hanno applaudito da protagonista, ma anche tifosi di ogni fede sportiva. Perché Protti era uno di quei giocatori che appartengono a tutti: genuino, diretto, lontano anni luce dall’immagine patinata del calcio moderno.

Nato nel 1967 a Rimini, la stessa generazione di Roberto Baggio, Igor Protti rappresentava perfettamente quel calcio degli anni Ottanta e Novanta fatto di campioni accessibili, uomini che sembravano poter essere incontrati al bar sotto casa senza filtri o barriere.

Un calcio diverso, più vicino alla gente

La sua storia parte dalla Romagna con la maglia del Rimini, ma è a Messina che il suo talento esplode definitivamente.

In Sicilia lascia un ricordo indelebile, nonostante la città fosse ancora legata al mito di Totò Schillaci. Protti conquista tutti a suon di reti e si guadagna il salto verso palcoscenici più importanti.

A Bari nasce la leggenda. Con i biancorossi trascina la squadra in Serie A e scrive una pagina unica nella storia del calcio italiano.

Nella stagione 1995-96 si laurea capocannoniere della Serie A con 24 gol nonostante la retrocessione della squadra pugliese: un’impresa mai riuscita a nessun altro.

Sono anche gli anni dell’indimenticabile esultanza del “trenino”, diventata un simbolo per un’intera generazione di tifosi e giovani calciatori.

Quel serpentone di giocatori in maglia biancorossa che simulavano una locomotiva dopo ogni gol è rimasto impresso nella memoria collettiva del calcio italiano.

Dopo Bari arrivano le esperienze con Lazio e Napoli. Nella Capitale il rapporto con Zdenek Zeman non decolla mai completamente, ma Protti riesce comunque a lasciare il segno con un gol pesantissimo nel derby contro la Roma.

Anche l’avventura partenopea non gli regala le soddisfazioni sperate.

Il destino, però, aveva ancora in serbo il capitolo più bello. Quel capitolo si chiama Livorno

Nella città labronica Protti diventa molto più di un calciatore. Diventa una bandiera, un simbolo, un punto di riferimento. Due volte capocannoniere in Serie C, protagonista della promozione, poi ancora re dei bomber in Serie B. Quando pensa di smettere, viene convinto a restare.

E la scelta si rivela vincente.

In coppia con Cristiano Lucarelli e con Walter Mazzarri in panchina, trascina il Livorno fino alla Serie A. A 37 anni continua a fare ciò che ha sempre saputo fare meglio: segnare.

Chiude la sua avventura nel massimo campionato con sei reti, salutando il calcio con un ultimo gol nel 2-2 contro la Juventus nel maggio 2005.

Numeri importanti, certo. Ma a rendere speciale Igor Protti non sono stati soltanto i 211 gol realizzati tra i professionisti o i record conquistati.

È stato il modo in cui ha vissuto il calcio e la vita. L’affetto immenso che lo ha circondato negli ultimi mesi, dopo aver raccontato pubblicamente la sua malattia senza nascondersi, è la testimonianza più autentica dell’uomo che era.

Oggi il calcio italiano perde uno dei suoi volti più sinceri. Bari, Messina, Rimini e soprattutto Livorno piangono un simbolo

Gli applausi che arrivano da ogni angolo del Paese raccontano una verità semplice: Igor Protti non è stato soltanto un grande attaccante. È stato uno di quei rari personaggi capaci di lasciare un segno profondo ben oltre il rettangolo di gioco.

E per questo il suo ricordo continuerà a correre, proprio come quel celebre trenino che ancora oggi vive nella memoria di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – Sportpress24.com

Translate »