In coma da 18 mesi e “bocciata” per troppe assenze: quando la burocrazia perde ogni traccia di umanità

Una ragazza di 17 anni in coma da diciotto mesi. Una famiglia che combatte ogni giorno contro il dolore, l’incertezza e la speranza.

E una comunicazione scolastica che arriva come un pugno nello stomaco: “non classificata” per assenza di elementi valutativi, di fatto non ammessa alla classe successiva.

Forse la normativa sarà stata rispettata. Forse i regolamenti non consentivano alternative. Ma c’è una domanda che dovrebbe precedere qualsiasi cavillo burocratico: era davvero necessario arrivare a questo punto?

La vicenda, avvenuta in provincia di Salerno, sta suscitando indignazione in tutta Italia

La studentessa è in coma dal dicembre 2024 a causa di una grave patologia cerebrale. Lo scorso anno era stata ammessa alla classe successiva grazie alle valutazioni già disponibili.

Quest’anno, invece, l’assenza totale di elementi utili alla valutazione ha portato il consiglio di classe a dichiararla “non classificata”.

Una formula tecnica, fredda, impersonale. Ma dietro quelle parole c’è una persona. C’è una ragazza che non è assente per scelta, per disinteresse o per negligenza. È assente perché sta lottando tra la vita e la morte.

Nessuno mette in discussione l’esistenza delle regole

Le scuole hanno il dovere di applicarle e i dirigenti scolastici sono chiamati a rispettare la normativa vigente.

Cero è, che quando ci si trova davanti a casi eccezionali come questo, la domanda non dovrebbe essere soltanto “cosa dice il regolamento?”, ma anche “quale messaggio stiamo trasmettendo?”.

Perché il rischio è che la scuola, istituzione che dovrebbe educare prima di tutto ai valori umani, finisca per apparire schiacciata sotto il peso della burocrazia.

E allora quella che tecnicamente non è una “bocciatura” viene inevitabilmente percepita come tale dalla famiglia e dall’opinione pubblica.

Il padre della ragazza ha definito la decisione “offensiva e disumana”

Parole dure, dettate probabilmente dalla sofferenza di chi da mesi vive una tragedia che nessun genitore dovrebbe affrontare. Eppure è difficile non comprendere il senso di smarrimento che può aver provato ricevendo una comunicazione del genere.

Che valore può avere una valutazione scolastica di fronte a una condizione così drammatica? Che significato assume parlare di frequenza minima, verifiche e scrutinio quando una studentessa è immobile in un letto d’ospedale da oltre un anno e mezzo?

La scuola ha ricordato di aver mostrato vicinanza alla giovane e alla sua famiglia, organizzando momenti pubblici e visite personali.

Gesti certamente apprezzabili. Ma questa vicenda dimostra quanto sia urgente riflettere sulla necessità di strumenti normativi più flessibili per affrontare situazioni estreme e straordinarie.

Perché ci sono momenti in cui il rispetto delle procedure non basta. Ci sono situazioni in cui il diritto deve incontrare il buon senso, e il regolamento deve lasciare spazio alla sensibilità.

Una ragazza in coma non può essere giudicata con gli stessi parametri utilizzati per chi frequenta regolarmente le lezioni.

E se una norma porta a un risultato che appare profondamente ingiusto agli occhi di quasi tutti, forse non è la famiglia a dover fornire spiegazioni. Forse è il sistema che dovrebbe interrogarsi.

Perché una scuola può anche applicare correttamente un regolamento. Ma non dovrebbe mai dare l’impressione di aver dimenticato l’umanità.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – Sportpress24.com

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