Gabriele Gravina si “assolve” da solo: un’incoerenza che lascia perplessi

Le parole pronunciate da Gabriele Gravina a Otto e mezzo su La7 suonano come un lungo esercizio di autoassoluzione.

Un racconto in cui le dimissioni diventano “atto di responsabilità”, ma il fallimento sportivo viene ridimensionato a “piccoli episodi”, quasi fossero dettagli di contorno e non tre mancate qualificazioni mondiali consecutive.

Il punto, però, è proprio questo: Gravina sostiene di non aver fallito, ma si dimette perché non ha mantenuto la promessa più importante fatta ai tifosi italiani. riportare l’Italia ai Mondiali.

Una contraddizione che attraversa tutta l’intervista: ammettere la colpa senza riconoscerla davvero.

Quando parla di “isterie istituzionali” e di “confusione di ruoli”, l’ex presidente della FIGC sembra voler spostare il baricentro delle responsabilità altrove: sui campionati, sulle leghe, sulle regole, perfino sulla politica.

Eppure, per anni, la governance del calcio italiano è passata proprio dal centro federale che lui guidava.

Le riforme annunciate e mai realizzate, il tema dei vivai, la sostenibilità dei club, il rapporto con le leghe: tutto materiale su cui Gravina ha esercitato potere e influenza diretta.

Dire oggi che “non si possono fare riforme se tutti non sono d’accordo” stride con la prassi adottata durante il suo mandato, quando molte decisioni sono state portate avanti in contesti tutt’altro che unanimi.

La richiesta di autonomia dello sport dalla politica, poi, appare selettiva: invocata quando fa comodo, meno quando la federazione ha dialogato strettamente con le istituzioni su temi normativi e finanziari.

La stoccata a Claudio Lotito è un altro passaggio emblematico

Gravina accusa Lotito di incoerenza per aver parlato di “disastro” dopo vent’anni in consiglio federale, ma dimentica che lo stesso consiglio ha operato sotto la sua presidenza.

Se il sistema era così compromesso, chi lo guidava? Se invece non lo era, perché oggi evocare responsabilità diffuse?

Ancora più significativa la frase sul “capro espiatorio”

Per Gravina, l’Italia cerca sempre qualcuno da sacrificare dopo le sconfitte. Ma nel calcio, come in ogni organizzazione, la responsabilità apicale esiste.

È il principio base della leadership: quando le cose vanno male, chi sta al vertice risponde. Senza attenuanti, senza alibi.

La difesa di Gennaro Gattuso come “uomo giusto” nonostante il risultato sportivo mancante è un altro cortocircuito logico: nel calcio, la scelta tecnica si giudica proprio dai risultati.

Non è una questione di valori, ma di efficacia.

E infine il passaggio sul “ripescaggio vergognoso”: una presa di posizione condivisibile nel merito, ma che arriva dopo anni in cui la FIGC ha spesso navigato nelle zone grigie di regolamenti, deroghe, eccezioni e interpretazioni federali su altri fronti del sistema calcio.

L’impressione complessiva è quella di un dirigente che, nel tentativo di difendere il proprio operato, finisca per entrare in rotta di collisione con le scelte e le dinamiche che hanno caratterizzato la sua stessa gestione.

Un racconto che chiede comprensione, ma che offre poche autocritiche reali. Un’autodifesa che, paradossalmente, evidenzia più di ogni attacco esterno la distanza tra le parole di oggi e la politica federale praticata ieri.

Foto da X – Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com 

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