Cosa non è l’Amore nel Cuore di Conte

Alessandro Leoni Di Pietro, in arte Conte, è nato a Roma il 31 luglio 2002.

Riccioli biondi, sorriso morbido e uno sguardo intenso: mentre lo intervisto ho la sensazione di trovarmi davanti a un ragazzo che porta dentro una luce fragile, quasi disarmante.

Ci incontriamo in un pub vicino alla radio dove ogni domenica sera si reca per duellare con artisti emergenti nelle battle organizzate da Paolo Da Grandi su Radio Kaos Italy.

Il motivo della nostra chiacchierata è la sua ultima canzone, Ariel, vincitrice del talent “Amore Kamikaze” svoltosi su Twitch pochi giorni fa.

Ariel racconta la sua prima storia d’amore. Alessandro la ripercorre oggi con una consapevolezza diversa: quella di chi ha capito di aver fatto male chiedendo, giorno dopo giorno, alla persona amata di cambiare.

Il protagonista del brano ha chiesto alla sua Ariel di modificarsi, di adattarsi, di ridurre parti di sé. Lo ha fatto senza cogliere fino in fondo il disagio dell’altra, senza accorgersi delle sottrazioni alla socialità, delle insicurezze che diventavano isolamento.

Scrivendo Ariel, Conte sembra attraversare una forma di espiazione. Rilegge il passato e ne riconosce la responsabilità.

“Ora vorrei affogare nel tuo mare blu

e riuscirei ad amarti anche toccando il fondo

Quegli occhi luminosi che ora non hai più

Che fissano il tuo mondo da sopra a uno scoglio

Sto fermo sulla spiaggia poi ti guardo e tremo

Ora che non riesci più a tornare indietro

Cuore di vetro

Mare d’inverno

Pensavi a una favola ma io non ci credo”

Oggi Conte racconta di aver cambiato il suo modo di amare. Parla di un amore sano, fatto di fiducia, dialogo e complicità. Non un amore privo di gelosia, ma capace di trasformarla in confronto.

Condivide il sogno di riempire gli stadi insieme a Marta Costantini, sua compagna, regista e musicista. Insieme lavorano e costruiscono, intrecciando vita privata e visione artistica.

Come molti artisti, però, Conte convive con un tormento interiore.

“La felicità è solo l’assenza di tristezza”, mi dice guardandomi negli occhi.

Alla domanda “chi sei?” risponde: “Sono un teatro dell’Opera dentro un quartiere degradato.”

Il titolo nobiliare che porta non è una scelta scenica: è reale. E proprio questa appartenenza lo mette in crisi. Si sente intrappolato in un limbo fatto di lusso e noia, privilegio e inquietudine.

Non sono mancate persone pronte ad approfittarsi di questa condizione: un progetto che avrebbe dovuto aprirgli nuove strade si è rivelato fumo, lasciandolo con una perdita economica importante e un’amara lezione.

Eppure non ha smesso.

Quel bambino di sei anni che scriveva lettere e poesie alla madre continua a esistere. Scriveva in rima, come in un flusso di coscienza. Oggi scrive canzoni. A volte è il beat a guidarlo, altre è l’urgenza del suo tormento a dettare le parole. Spesso trova ispirazione guidando al tramonto, quando la luce si abbassa e le difese cadono.

La musica è diventata la pista su cui corre per sfuggire alla paura più grande: la routine, la noia, l’immobilità.

Accanto a lui, nella produzione, ci sono Fiore e Tommaso Maiello, figure con cui sta costruendo il suo percorso artistico.

Lo ringrazio, lo saluto.

Cammino verso la macchina e ripenso alla profondità, all’autoanalisi ed alla consapevolezza di un giovane essere umano. Mi dico che c’è speranza per tutti noi.

 

Valeria Civale per Sport Press 24.

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