Separazioni coniugali e denunce strumentali: il costo umano ed economico di una macchina che alimenta il conflitto

Articolo a cura di Graziano Montanaro – Sportpress24.com

Nel delicato ambito delle separazioni coniugali, l’intero sistema che si attiva attorno alla crisi familiare si fonda, almeno formalmente, su un principio imprescindibile: la tutela dei minori.

Avvocati, consulenti tecnici, psicologi, mediatori, assistenti sociali e periti operano, sulla carta, con l’obiettivo di garantire equilibrio, protezione e giustizia, soprattutto quando sono coinvolti figli.

Eppure, accanto a questa funzione dichiarata, esiste una realtà che molte coppie scoprono solo col tempo: quella di una grande e articolata macchina economica che ruota attorno al conflitto e che, inevitabilmente, trae sostentamento dalla sua durata e dalla sua intensità.

Quando una separazione si trasforma in guerra, ogni strumento giuridico può diventare un’arma

Le denunce, talvolta utilizzate in modo strumentale, entrano a far parte di strategie processuali volte a rafforzare la propria posizione in tribunale.

Accuse, controaccuse, richieste di consulenze tecniche, relazioni psicologiche, audizioni dei minori, perizie di parte e d’ufficio: ogni passaggio viene formalmente giustificato dall’esigenza di accertare la verità e proteggere i figli.

Ma ogni passaggio ha anche un costo

Il procedimento si allunga, le udienze si moltiplicano, le parcelle crescono. Il sistema si muove, efficiente e strutturato.

E mentre i due ex coniugi combattono convinti di difendere i propri diritti o di “vincere” una battaglia personale, le risorse economiche della famiglia vengono progressivamente assorbite.

È spesso solo il tempo a fare chiarezza. Quando la rabbia si affievolisce, quando i figli crescono e le tensioni si ridimensionano, molti ex partner si ritrovano a guardarsi con occhi diversi.

In quel momento emerge una consapevolezza amara: le somme spese negli anni per alimentare il conflitto erano risorse che avrebbero potuto essere investite nel benessere dei figli, nella loro educazione, nella stabilità abitativa o nella ricostruzione di una nuova serenità.

Ciò che sulla carta doveva servire a tutelare i minori, nella percezione di molti, si rivela aver generato soprattutto profitti economici e professionali per chi opera nel sistema.

Non si tratta di negare l’esistenza di professionisti seri, preparati e indispensabili, né di minimizzare i casi in cui interventi rigorosi sono necessari per proteggere situazioni realmente delicate o pericolose.

Si tratta piuttosto di interrogarsi su una struttura che, per sua natura, funziona meglio quanto più il conflitto si prolunga.

Il paradosso è evidente: mentre il sistema continua a operare e a fatturare, i due ex coniugi, che un tempo si sono fatti la guerra, finiscono per scoprire di aver entrambi perso

Non solo sul piano emotivo, ma anche su quello economico. E ciò che è distratto in parcelle, consulenze e procedimenti infiniti è sottratto, in ultima analisi, alla famiglia stessa.

La riflessione che ne deriva è scomoda ma necessaria: se la tutela dei minori è davvero il fine primario, allora occorre ridurre l’esasperazione del conflitto, incentivare percorsi di mediazione autentici e limitare l’uso strumentale delle denunce.

Perché quando il tempo restituisce lucidità, resta una domanda semplice e potente: quella guerra, chi l’ha davvero vinta?

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