La Roma esce dalla Coppa Italia con largo anticipo, sconfitta dal Torino in una gara che conferma, ancora una volta, tutti i limiti strutturali e tecnici di una squadra che continua a vivere di alibi e diversivi.
E proprio come accadeva nell’era Mourinho, anche stavolta il club giallorosso tenta di spostare lo sguardo altrove, puntando tutto sulla favola di Antonio Arena, il sedicenne della Primavera andato in gol nel suo esordio da sogno.
Un bellissimo momento, certo. Ma non sufficiente a cancellare l’amarezza di una competizione abbandonata troppo presto e in modo deludente.
La narrazione scelta dalla società sembra quasi una strategia ben rodata: distogliere l’attenzione dal campo, dai risultati, dalla gestione tecnica e dalle mancanze di mercato, per concentrarsi su storie emozionali, che parlano più al cuore che alla testa.
È lo stesso copione che si vedeva sotto José Mourinho, abile nel costruire scudi mediatici per proteggere il gruppo e la dirigenza, ma anche nel mascherare evidenti falle strutturali.
E’ un po come quando la massaia spazza la polvere da terra ed invece di raccoglierla e gettarla per fare una dettagliata pulizia, la nasconde semplicemente sotto il tappeto. Una pulizia che vedono gli occhi degli astanti, ma che in realtà è finta e falsa.. perchè lo sporco c’è ed è nascosto…
Ora, al posto delle conferenze infuocate del portoghese, ci sono i post celebrativi e le interviste cariche di entusiasmo per il talento emergente. Un modo per rendere meno amara una sconfitta che, invece, dovrebbe far riflettere
Perché se è vero che Arena rappresenta una speranza per il futuro, è altrettanto vero che la Roma del presente continua a perdere terreno, obiettivi e soprattutto credibilità, con la giurisprudenza delle sconfitte subite in tutti gli scontri diretti con le big in campionato.
E il rischio concreto è che, mentre si esalta la singola luce accesa, si continui a ignorare il buio che si allarga sotto il tappeto.
Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com