Visita all’Ospedale degli Innocenti: stanze attraversate dalla forza della cura femminile.
Dopo un viaggio sul Frecciarossa delle 11.00, sabato mattina arrivo puntuale a Firenze alle 12.30 circa.
Ho pianificato tutto per immergermi in un week end di relax e cultura, e così faccio.
Domenica mattina la voglia di vivere mi butta giù dal letto molto presto. Ho tempo di fare un po’ di attività fisica nella palestra dell’hotel Adler e poi di ricaricarmi adeguatamente con un’equilibrata colazione.
Torno in stanza, posto qualche contenuto sui social per riportare i fatti di cronaca che hanno squarciato la notte di Firenze, proprio a due passi dal letto in cui dormivo.
Dopo una doccia breve ma energizzante, mi dirigo verso Piazza della SS. Annunziata, 13.
È l’indirizzo dell’Ospedale degli Innocenti: lo storico ente assistenziale nato grazie a un’elargizione del mercante pratese Francesco di Marco Datini e voluto dalla corporazione dell’Arte della Seta.
Alle 9.30 sono già all’ingresso. Pago il biglietto a prezzo ridotto esibendo il titolo di viaggio Trenitalia: anziché 16, pago 12 euro.
Seguo il consiglio del ragazzo in biglietteria e parto dal piano terra — ma voi non fatelo.
Partite dal percorso storico al piano interrato, dove è conservata l’intimità e la potenza della storia di questo istituto.
Entro e mi sento immediatamente coinvolta nella faccenda.
Una potente energia – soprattutto femminile – è rimasta tra le mura dell’edificio: nelle stanze, lungo i corridoi, sulle scale.
In ogni angolo avverto l’intensità delle vite che sono passate da lì.
Sento la pazienza messa alla prova delle balie, la forza delle nutrici, il rigore dei priori.
Mi arriva un colpo basso al pensiero del pianto straziante dei bambini abbandonati, deposti all’interno della finestra ferrata.
Il viso mi si scalda, il respiro si fa corto, gli occhi si riempiono di lacrime – a più riprese.
La visita è suggestiva e, se in dotazione avete l’empatia, forse un po’ di più.
In questo periodo in cui sono molto arrabbiata con la narrazione della donna “creata da una costola di Adamo”, me la ritrovo davanti agli occhi: rappresentata in un affresco del 1578 di Alessandro Allori, Creazione di Eva.
Proseguo la visita cercando di fare slalom tra i cimeli e i simbolismi religiosi cattolici che un po’ mi disturbano.
Ma è impossibile: sono troppi, sono ovunque, sono tutto.
Sono praticamente la ragion d’essere del luogo in cui mi trovo.
Sento l’attaccamento ai valori cristiani di tutte le vite che sono passate da lì: dai bambini alle balie, alle suore.
Tutte hanno avuto la forza di andare avanti lì dentro perché hanno creduto a quel Dio, a quella Madonna, a quel Gesù.
E dentro di me faccio un po’ pace con l’idea della fede: ora ne vedo e ne apprezzo il lato positivo.
Continuo la mia visita concedendomi di vivere la mia emotività senza sensi di colpa.
Arrivo nella sala storica al piano -1 e ritrovo lucidità leggendo la linea del tempo sulla parete a sinistra.
1419: nasce il progetto.
1445: viene accolto il primo neonato. È una bambina. Viene chiamata Agata Smeralda: che casualità.
La prima piccola ospite è femmina.
Proseguo tra ritratti e opere e mi ritrovo davanti un’infinità di piccoli cassetti in legno, alcuni aperti.
Ognuno riporta un nome e una data. All’interno della maggior parte dei cassettini si trova la metà di una moneta spezzata: un simbolo di riconoscimento che le madri lasciavano insieme all’infante per poterne rivendicare l’appartenenza più avanti, provando di possedere l’altra metà esatta mancante.
Un gesto concreto che testimonia la grande speranza, la forza e la fede che accompagnavano quella scelta.
La stessa fede che, per molte donne, è stata anche l’unico modo per dare un senso alla cura.
La cura come gesto politico, come responsabilità, come missione non scelta ma imposta.
La cura come condanna e insieme come redenzione.
In ogni oggetto, in ogni registro, in ogni segno, emerge che questo luogo è stato retto per secoli dalle donne.
Madri che non avevano diritto a nulla, ma che tenevano in vita tutto.
Donne che nutrivano figli non loro, che sostituivano il latte al potere, la dedizione all’autonomia.
Balie che hanno fatto della cura un mestiere invisibile e di quell’invisibilità una forza.
Uscendo dall’Ospedale degli Innocenti, respiro l’aria leggera di Firenze ma sento addosso il peso di secoli di sacrifici femminili.
E penso che se oggi possiamo parlare di welfare, di assistenza, di diritti sociali, è anche perché quelle donne hanno iniziato a far funzionare il mondo senza che nessuno glielo riconoscesse.
Papàtriarcato oggi fa tappa a Firenze e ne esce con un pensiero chiaro:
non esiste luogo della storia che non sia stato sostenuto, costruito o redento da una donna.
Anche quando non c’è il suo nome inciso sulla pietra.
Articolo a cura di Valeria Civale — Sportpress24.com