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Visto negato e sogni infranti: la denuncia di una studentessa turca contro la burocrazia

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Il TAR del Lazio aveva annullato il primo diniego e ordinato un riesame entro 20 giorni. Dopo una seconda bocciatura, Aslı Sena Demirtaş ha perso la possibilità di iscriversi a Medicina all’Università di Bologna. Un caso che solleva interrogativi sul rispetto delle decisioni giudiziarie e sulle procedure consolari

Quando una giovane studentessa supera le selezioni per accedere a un corso universitario prestigioso, il suo futuro dovrebbe dipendere soprattutto dalla preparazione, dall’impegno e dalla capacità di affrontare un percorso di studi impegnativo. Ma cosa succede quando, dopo aver ottenuto un posto all’università, il progetto di una vita si scontra con una procedura burocratica che si trascina per mesi?

È la domanda che emerge dal caso di Aslı Sena Demirtaş, giovane cittadina turca ammessa al corso di laurea in Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna per l’anno accademico 2025-2026. La sua vicenda, ricostruita attraverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale del Lazio e la documentazione relativa alla successiva valutazione consolare, mette in luce le difficoltà che possono incontrare gli studenti stranieri nel tentativo di proseguire la propria formazione in Italia.

La domanda di visto, presentata al Consolato generale d’Italia a Istanbul il 4 novembre 2025 ha come risposta il primo diniego, notificato all’inizio di febbraio 2026 e motivato dalla presunta insufficienza delle risorse economiche necessarie a garantire il soggiorno e la copertura delle spese universitarie.

La studentessa ha contestato la valutazione davanti al TAR del Lazio. Con la sentenza pronunciata il 15 aprile 2026, il tribunale ha accolto il ricorso nei limiti indicati nella motivazione, annullando il provvedimento impugnato e ordinando all’amministrazione di riesaminare la domanda entro venti giorni dalla comunicazione o, se precedente, dalla notifica della decisione.

IL TAR: «ISTRUTTORIA INSUFFICIENTE»

Il passaggio centrale della sentenza riguarda proprio la qualità dell’esame effettuato dal consolato. I giudici hanno rilevato carenze nell’istruttoria e nella motivazione del diniego, sottolineando che diversi elementi finanziari presentati dalla ricorrente non erano adeguatamente considerati.

Tra questi figuravano oltre 12.000 euro disponibili sul conto personale della studentessa, le entrate familiari, ulteriori risorse dichiarate, la possibile garanzia economica di uno zio e le agevolazioni universitarie documentate.

Il tribunale ha inoltre evidenziato che le spese di alloggio erano già sostenute per quattro mensilità, per un importo complessivo di 3.737 euro.

I giudici non hanno stabilito che il visto dovesse essere rilasciato automaticamente, ma hanno imposto un nuovo esame nel rispetto dei criteri indicati nella sentenza. È proprio il seguito della procedura a sollevare ulteriori interrogativi.

Secondo la ricostruzione fornita dalla studentessa, il consolato l’avrebbe convocata per il riesame soltanto il 4 giugno, ben oltre il termine indicato dal tribunale.

Viene richiesta ulteriore documentazione economica, che afferma di aver consegnato integralmente. Nonostante ciò, il 23 giugno le è notificato un nuovo diniego, datato 18 giugno, ancora fondato sulla presunta insufficienza delle disponibilità finanziarie.

Nella seconda comunicazione, il consolato avrebbe contestato la discontinuità dei saldi bancari della madre, la riduzione delle disponibilità sul conto del padre e la mancata corrispondenza tra i risparmi personali della studentessa e il quadro economico dei familiari che la sostenevano. Avrebbe inoltre rilevato di non essere riuscito a ricostruire la provenienza delle somme depositate sul conto personale.
La studentessa contesta queste conclusioni e sostiene che non le sia stata data un’effettiva possibilità di chiarire preventivamente gli aspetti finanziari nuovamente sollevati.

IL TEMPO PERDUTO E IL POSTO UNIVERSITARIO SFUMATO

La vicenda non si è fermata al secondo diniego. Nel frattempo, secondo il racconto di Demirtaş, si è avvicinata e poi è trascorsa la scadenza per l’immatricolazione, fissata al 30 giugno.

La studentessa afferma di aver contattato ripetutamente l’Università di Bologna, anche tramite il proprio avvocato, chiedendo che il posto fosse mantenuto in considerazione dei ritardi e del contenzioso in corso. Riferisce di aver trasmesso la sentenza e le comunicazioni consolari per documentare che le difficoltà non dipendevano da una sua inerzia.

Sempre secondo la sua ricostruzione, l’ateneo avrebbe comunicato soltanto il 6 luglio che non sarebbe stato possibile conservare l’iscrizione, dopo aver chiesto il 3 luglio se intendesse contestare legalmente il nuovo diniego.

Il risultato, sostiene la giovane, è stato la perdita di un’opportunità accademica per la quale aveva lavorato per anni. Un posto in un corso che, secondo quanto riferisce, prevedeva appena venti ammissioni.

UNA QUESTIONE CHE VA OLTRE UN SINGOLO VISTO

Il caso solleva una questione che merita un’attenzione ben più ampia della singola pratica: quale tutela concreta è garantita a uno studente quando una procedura amministrativa si prolunga fino a compromettere l’obiettivo per cui è avviata?

Il controllo dei requisiti economici per il rilascio di un visto è legittimo e necessario. Le autorità consolari devono verificare che chi intende soggiornare in Italia disponga di risorse adeguate.

Ma una verifica rigorosa non può trasformarsi in un percorso privo di tempi prevedibili, soprattutto quando sono in gioco scadenze universitarie e quando un tribunale ha già rilevato carenze nell’istruttoria precedente.

Il punto non è chiedere che i visti vengano concessi senza controlli. È pretendere che i controlli siano accurati, trasparenti e tempestivi, che le motivazioni siano comprensibili e che le decisioni giudiziarie producano conseguenze effettive nella vita delle persone.

Se il riesame arriva quando il tempo utile per iscriversi all’università è ormai esaurito, anche una nuova valutazione amministrativa rischia di perdere gran parte della propria utilità pratica. Per lo studente, infatti, non è sufficiente ottenere una risposta: quella risposta deve arrivare quando il diritto a cui aspira può ancora essere esercitato.

La vicenda di Aslı Sena Demirtaş pone quindi domande alle istituzioni italiane: quali strumenti esistono per evitare che i ritardi amministrativi compromettano l’accesso agli studi? Come è assicurato il rispetto dei termini fissati dai giudici? E quali possibilità restano a uno studente quando il procedimento si conclude dopo la scadenza che avrebbe dovuto consentirgli di iniziare il proprio percorso accademico?

L’ITALIA VUOLE ATTRARRE TALENTI, MA DEVE SAPERLI ACCOGLIERE

L’Italia ha interesse ad attirare giovani preparati, favorire gli scambi culturali e internazionalizzare le proprie università. Per raggiungere questi obiettivi, però, non bastano l’eccellenza degli atenei e la qualità dell’offerta formativa. Servono procedure amministrative capaci di accompagnare, e non di vanificare, i progetti di studio.

Per gli studenti turchi e per le loro famiglie, il caso rischia di alimentare sfiducia nei confronti di un sistema che dovrebbe offrire regole chiare e decisioni motivate.

Non è possibile stabilire, sulla base di una singola vicenda, quanto il problema sia diffuso. È tuttavia legittimo chiedere che episodi come questo siano esaminati con serietà e che le eventuali criticità vengano corrette.

La critica deve essere netta: non è accettabile che anni di preparazione, sacrifici economici e aspirazioni professionali possano essere compromessi da ritardi, motivazioni contestate e difficoltà nel coordinamento tra istituzioni.

Né è ragionevole che uno studente debba affrontare un lungo contenzioso senza avere la certezza che i tempi della giustizia e quelli dell’università possano conciliarsi.

Il caso di Aslı Sena Demirtaş non riguarda soltanto un visto negato. Riguarda il rapporto tra amministrazione, giustizia e diritto allo studio, e la responsabilità delle istituzioni quando le loro procedure incidono direttamente sul futuro di una persona.

Perché dietro ogni fascicolo c’è una storia. E dietro ogni domanda di visto per studio c’è spesso un giovane che non chiede scorciatoie, ma soltanto la possibilità di costruire il proprio futuro attraverso l’istruzione.

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