La vicenda della cosiddetta famiglia del bosco continua a mostrare una frattura evidente tra le decisioni dell’autorità giudiziaria e la capacità dei servizi sociali di renderle operative.
Il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto un percorso di ricongiungimento graduale tra i tre bambini e i genitori, prevedendo rientri diurni immediati e successivi pernottamenti nel fine settimana, con monitoraggio costante degli operatori territoriali.
A oggi, però, non risulta alcuna attivazione concreta da parte dei servizi competenti, nessuna convocazione, nessun calendario, nessuna presa in carico effettiva del decreto.
La famiglia attende, i minori attendono, e il provvedimento resta sospeso in un limbo che contraddice la sua stessa natura urgente.
Quando si parla di minori, la tempestività non è un elemento accessorio ma un principio cardine: ogni ritardo incide sulla loro stabilità emotiva, sulla continuità affettiva, sulla percezione di sicurezza.
In questo caso, le relazioni dei professionisti che seguono i bambini descrivono un quadro di sofferenza crescente, aggravato dalla distanza prolungata e dall’incertezza.
È difficile comprendere come sia possibile che un decreto del Tribunale resti inattuato per settimane, soprattutto quando tutti gli altri soggetti coinvolti — tutrice, curatrice, neuropsichiatria — hanno già dato disponibilità immediata.
La lentezza burocratica, l’assenza di coordinamento e la mancanza di risorse non possono diventare una giustificazione quando si tratta di minori già allontanati da mesi e in attesa di un rientro programmato.
Il sistema di tutela, in casi come questo, rischia di trasformarsi da strumento di protezione a causa di ulteriore vulnerabilità.
La domanda che emerge è semplice e inevitabile: come può essere accettabile che i tempi di attesa siano così lunghi proprio nei casi in cui la rapidità è parte integrante della tutela?