Generazioni senza Azzurri: i bambini italiani crescono senza sapere cos’è un Mondiale

Dai Mondiali di calcio 2014 in poi, l’Italia ha smesso di abitare la casa che per tradizione le spettava.

Niente Coppa del Mondo FIFA 2018, niente Coppa del Mondo FIFA 2022, niente Coppa del Mondo FIFA 2026. E mentre il calendario corre, l’orizzonte si allunga fino al 2030: sedici anni senza Mondiale.

Un’intera generazione cresciuta senza sapere cosa significhi vedere l’Italia giocarsi tutto sotto gli occhi del mondo.

Non è più un problema sportivo. È un problema culturale, educativo, identitario.

I bambini che non sanno cos’è un Mondiale azzurro

Oggi ci sono ragazzini di 8, 10, 12 anni che non hanno mai visto la Nazionale italiana in un Mondiale. Non hanno mai vissuto l’attesa, la tensione, i pomeriggi d’estate davanti alla tv con la famiglia, le piazze piene, le bandiere alle finestre.

Per loro, il Mondiale è un evento che riguarda gli altri.

È un vuoto emotivo che pesa. Perché il calcio, in Italia, è sempre stato anche un rito collettivo. E questo rito è stato cancellato dall’incapacità di un sistema.

Le responsabilità non sono tecniche

Quando un’assenza si ripete tre volte, non è sfortuna. È struttura. È governance. È visione che manca. La guida della Federazione Italiana Giuoco Calcio e l’equilibrio politico che la sostiene hanno prodotto immobilismo mentre il resto del mondo cambiava.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: pochi giovani valorizzati, settori giovanili lasciati a se stessi, stadi vecchi, programmazione assente. E una Nazionale che raccoglie ciò che il sistema semina.

Un sistema che si auto-protegge

La cosa più grave non è l’eliminazione. È la sensazione che non succederà nulla. Che si troverà un colpevole di giornata, un commissario tecnico, un nuovo slogan. Ma non si metterà mano alle regole, ai meccanismi, alle responsabilità.

Il calcio italiano sembra progettato per difendere chi lo governa, non per migliorare ciò che accade in campo.

L’effetto più devastante: il disamore

Mentre la Serie A fatica a restare competitiva e la Nazionale scompare dal palcoscenico mondiale, i più giovani guardano altrove.

Si appassionano alla Premier, alla Liga, alle stelle straniere viste sui social. Perché l’Italia non offre più un racconto vincente, né un sogno riconoscibile.

Senza sogno, il calcio diventa solo un prodotto. E i bambini smettono di innamorarsene.

Una cosa assurda, ma reale

Sedici anni senza Mondiale non sono una statistica: sono una ferita nella memoria collettiva del Paese. È la prova che il calcio italiano ha perso il contatto con la sua funzione più importante: ispirare.

Finché non si avrà il coraggio di ammettere che il problema è sistemico, e non episodico, questi ragazzi continueranno a crescere senza sapere cosa significhi tifare Italia in un Mondiale.

Ed è questa, più della sconfitta sul campo, la sconfitta più grande.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com 

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