Fallimento Italia, Gravina responsabile e Serie A complice

Per la terza edizione consecutiva l’Italia resta a casa mentre il Coppa del Mondo FIFA 2026 prende forma senza gli Azzurri.

Non è più una fatalità sportiva, non è un episodio sfortunato, non è un rigore sbagliato o un rimpallo beffardo.

È la fotografia impietosa di un sistema che si è abituato a perdere senza pagare conseguenze.

Al centro di questo sistema c’è la guida federale: Gabriele Gravina, presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio.

Rieletto per tre mandati, l’ultimo con un plebiscito che sfiora l’unanimità (98,68%), sostenuto in modo compatto dalla Lega Serie A e dai presidenti dei club.

Un consenso bulgaro che oggi suona come un atto d’accusa collettivo.

Perché se il vertice resta saldo mentre il campo crolla, il problema non è il campo: è il vertice. Ed è chi lo tiene in piedi.

Il voto che pesa come una sentenza

Quel 98,68% di voti favorevoli non è un dettaglio statistico: è la prova politica che il calcio italiano ha scelto la continuità mentre i risultati gridavano il contrario.

I presidenti di Serie A, gli stessi che oggi si lamentano di calendari, ricavi e competitività, sono gli artefici diretti di questa continuità.

Hanno sostenuto, votato, blindato una governance che nel frattempo vedeva il movimento scivolare sempre più indietro.

Non si può invocare il rinnovamento dopo aver votato la conservazione.

Tre esclusioni non sono sfortuna

Saltare un Mondiale può capitare. Due sono un campanello d’allarme. Tre di fila sono un fallimento strutturale.

Significa che non funziona la filiera: settori giovanili, valorizzazione dei talenti, coraggio tecnico, visione strategica.

Mentre altri Paesi investivano in identità, formazione e modernità, l’Italia restava ancorata a logiche di potere, equilibri politici, compromessi tra leghe e federazione.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: stadi vecchi, giovani che non giocano, stranieri presi per tappare buchi, e una Nazionale che paga il conto.

La complicità silenziosa dei club

La Serie A non è spettatrice: è parte attiva. I club hanno preferito difendere i propri interessi immediati piuttosto che pretendere una riforma vera del sistema.

Hanno accettato tutto, purché l’equilibrio restasse intatto. Hanno votato compatti, salvo poi lamentarsi a telecamere accese.

Ma la realtà è semplice: chi vota, decide. E chi decide, risponde.

Un sistema che protegge se stesso

Il punto più grave non è l’eliminazione. È la sensazione che nulla cambierà. Che si troverà un alibi, un capro espiatorio tecnico, un commissario, un progetto di facciata.

Che si parlerà di ripartenza senza cambiare davvero le regole del gioco.

Questo è il vero cortocircuito: un sistema che, anche davanti al disastro sportivo più evidente, riesce a proteggere se stesso.

Serve una resa dei conti vera

Se tre Mondiali saltati non bastano a mettere in discussione la guida federale e le responsabilità politiche dei club, allora il problema è più profondo di quanto si voglia ammettere. Non è più una questione tecnica: è una questione di credibilità.

Il calcio italiano non ha perso solo una qualificazione. Ha perso autorevolezza, fiducia e futuro. E finché chi governa continuerà a essere scelto da chi non vuole cambiare nulla, la Nazionale resterà lo specchio di questo immobilismo.

Perché a questo punto non si può più parlare di sfortuna.

Si deve parlare di responsabilità.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com 

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