Sì, è successo. È tutto vero! L’Italia del rugby ha, finalmente, sconfitto l’Inghilterra, dopo 32 partite perse consecutivamente contro i maestri del rugby.
Sino a ieri erano solo due le nazionali che l’Italia non aveva mai battuto: l’Inghilterra e la Nuova Zelanda, i mitici All Blacks.
Oggi la domanda da porsi è una sola: come si arriva a costruire un trionfo come quello visto nel torneo Sei Nazioni ‘26 di ieri allo Stadio Olimpico di Roma? Non è sufficiente rispondere affermando che ad una vittoria del genere si arriva solo ed esclusivamente col sacrificio di tutti, dall’autista del pullman, passando per i magazzinieri, al CT, ai giocatori, ai dirigenti fino al presidente della F.I.R. Sarebbe troppo facile.
Il successo sugli uomini della “Rosa rossa” nasce da lontano, da molto lontano. Quando il torneo più importante del rugby europeo si chiamava 5 Nazioni e l’Italia non c’era. Quando le telecronache di Paolo Rosi ci insegnavano cos’era il rugby, raccontandoci le imprese di Inghilterra, Scozia, Irlanda, Galles e Francia. In quel momento uno sport per pochi ma noi volevamo essere lì, a sognare di competere con loro. È da lì che nasce un movimento che cresce in maniera costante, sino ad arrivare al primo traguardo: La vittoria della Coppa Europa, sconfiggendo la Romania in finale. È quello il momento in cui il rugby europeo comincia a riconoscere l’Italia.
Il movimento Rugby italiano comincia a crescere, si fa largo. Entra nell’Olimpo europeo, il torneo diventa Sei Nazioni e per gli azzurri non è per niente facile. Gli azzurri devono pagare lo scotto di competere con chi ha fatto la storia di questo sport. Partite in cui gli arbitri non ti perdonano nulla, dove ogni minimo errore viene pagato a caro prezzo, dove l’inesperienza diventa fondamentale per perdere le partite decisive. I cucchiai di legno fioccano. Nell’élite europea si pensa addirittura di escludere la squadra azzurra, per qualcuno troppo scarsa per partecipare a questi livelli. Ma l’Italia non molla. Non è nella sua natura, nei momenti di difficoltà si reagisce sempre. Arriva la prima vittoria, si trionfa sulla Scozia. Anche l’Italia può partecipare al banchetto.
Il progetto vincente
La Federazione italiana rugby, contrariamente ad altri sport nazionali, non guarda solo alla squadra maggiore. Crea un movimento giovanile importante, decide di dare un futuro al rugby nostrano. I ragazzi crescono, si fanno onore e vincono, con i pari età, match importanti. La F.I.R. parte dal basso, vuol far crescere tutto il movimento, anche se l’occhio dei tifosi è sempre per la Nazionale maggiore.
La vittoria di ieri parte da lontano, con la vista puntata al futuro ed uno sguardo al passato. Il movimento rugbistico italiano parte da lontano, molto lontano. Il CT azzurro Quesada ha raccontato che due leggende del rugby italiano hanno contribuito alla vittoria. Martin Castrogiovanni ha voluto cucinare l’asado per tutta la squadra e l’ex capitano della Nazionale, Diego Dominguez ha voluto consegnare personalmente le maglie ai giocatori. In questa Italia c’è un lungo filo di continuità. C’è voglia di migliorarsi. Come dimenticarsi di Marco Bollesan che andava a giocare con i minatori gallesi. Questo è il rugby. È così che si fa la storia, tutti uniti, lavorando e sacrificandosi, ognuno fa la sua parte per quel che può.
Quel che è certo è che la vittoria di ieri contro l’Inghilterra è sì importantissima ma, c’è ancora tanto lavoro da fare. In partita bisogna restare concentrati per oltre 80 minuti, lavorare tanto sulle palle alte, essere decisamente più disciplinati. Ma questi sono difetti che si limeranno col tempo e ci sarà sempre tempo per migliorarsi.
Quel che è certo è che oggi nessuno chiede più l’esclusione dell’Italia dal Sei Nazioni.
Articolo a cura di Massimiliano Vienna – Sportpress24.com – Foto di Sportpress24.com