L’ultima giornata di Serie A ha portato all’ennesima tempesta mediatica attorno all’arbitraggio e alla tecnologia VAR: il match tra Atalanta e Napoli ha riassunto come pochi episodi il problema di fondo del calcio italiano, e non solo, nello spazio contemporaneo.
Secondo l’analisi dell’AIA in onda sul format Open VAR, il rigore assegnato inizialmente al Napoli (poi revocato dopo rivedere l’azione) era corretto da annullare, mentre l’annullamento del gol di Gutierrez, inspiegabilmente cancellato nonostante non ci fosse un fallo evidente, è stato un palese errore di campo.
Ma qui sta il punto: parlare di “errore di campo” e “decisione corretta” mentre l’opinione pubblica, media sportivi e addetti ai lavori si scannano a colpi di video e replay non è più sostenibile.
Il calcio, lo sport più popolare del mondo, è stato trasformato in un gigantesco tribunale permanente dove ogni decisione arbitrale viene dissezionata, criticata, amplificata e sanzionata non solo tecnicamente ma mediaticamente.
Il calcio non è un algoritmo
Il VAR doveva servire a correggere errori chiari e palesi. Invece è diventato uno strumento di giudizio continuo dove ogni minimo tocco, ogni contatto minimo o dubbio interpretativo è portato sotto la lente d’ingrandimento.
Il risultato? Partite che si fermano, arbitri messi sotto pressione, decisioni che non chiudono il dibattito ma lo esplodono.
Il tifoso non si limita più a lamentarsi durante la partita: commenta, tagga, condivide, confronta, crea meme, frustra e si arrabbia perché “non è intervenuto il VAR” o “il VAR è intervenuto troppo” o “la decisione è soggettiva”.
Ma il calcio non è matematica. Il gioco è dinamico, interpretativo, veloce. Semplificare ogni scelta arbitrale a trenta angolazioni video non significa renderla giusta, significa renderla contestabile da tutti.
Open VAR peggiora la tensione, non la risolve
Il format in sé, nato per portare trasparenza, ha ottenuto il risultato opposto: una platea di esperti arbitrali che spiega, commenta, giustifica, discute scelte tecniche come se fossero pronunce da tribunale supremo.
L’arbitro, invece di essere supportato, viene spesso coperto di critiche, come se ogni episodio fosse un tradimento.
La trasparenza senza contesto crea una gogna mediatica permanente: ogni decisione diventa “mezza verità” discussa in loop continui.
E questo logora i direttori di gara, li espone a tifosi sempre più arrabbiati e, inevitabilmente, trasforma la figura dell’arbitro da garante del gioco a capro espiatorio pubblico.
Il tifoso e i media perdono la prospettiva
Le reazioni dopo Atalanta-Napoli sono emblematiche: proteste infuocate, accuse di “annullare un gol assurdo”, richieste di spiegazioni tecniche che finiscono per alimentare una narrativa di ingiustizia e complotto.
E mentre giornali, siti e social amplificano ogni sfumatura, il cuore del gioco, il dramma, la bellezza e l’imprevedibilità del calcio viene sacrificato sull’altare di decisioni perfette.
Perfette secondo chi? L’uomo al monitor? L’esperto in studio? Il tifoso con il replay rallentato?
È ora di un calcio meno ossessionato dalla perfezione tecnica
Il VAR e l’Open VAR non sono il diavolo in senso assoluto, ma così come sono implementati e elevati a giudici supremo, stanno snaturando il calcio.
Un fallo che potrebbe essere visto in dieci modi diversi non diventa oggettivo quando è guardato da cento angolazioni: diventa semplicemente più controverso.
La soluzione non è eliminare la tecnologia, ma limitare il VAR e l’esposizione mediatica di ogni scelta arbitrale, restituendo agli arbitri fiducia, contesto e, soprattutto, autorità sul campo.
Un calcio costantemente rianalizzato non è un calcio migliore, è un calcio che si autodistrugge.
Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com