Chi paga il conto al ristorante? Uomo, donna o metà ciascuno?

Secondo il galateo paga chi invita.
Secondo la mia più cara amica, deve pagare l’uomo a prescindere.

Da quando mi occupo di femminismo, però, quando esco con un uomo lo noto sempre: quello sguardo al momento di pagare il conto. Uno sguardo che sembra dire:
“Beh? E adesso che siamo alla cassa cosa fai? Non eri per la parità?”

Devo dire che la maggior parte delle mie uscite a due, ultimamente, avviene per lavoro. Ma quando mi capita di uscire per altri motivi, nel 99,9% dei casi è stato l’uomo a invitarmi.

Mi è capitato di uscire con uomini in una situazione economica più precaria della mia, così come con uomini dalle possibilità decisamente superiori. In entrambi i casi, da quando tratto tematiche di genere, noto che il momento del conto si carica di aspettative. È come se stessi per sostenere un esame intitolato:
“Scopriamo quanto sei davvero femminista.”

La verità? A me viene da ridere. E sì, mi sono anche chiesta quale fosse la cosa “giusta” da fare. La risposta, però, è molto più semplice e universale di quanto sembri.

Se sono con una persona che ha possibilità simili alle mie, facciamo a metà. Oppure una volta paga uno e una volta l’altra.
Se sono con qualcuno che so essere in difficoltà economica e io posso permettermelo, pago volentieri io per entrambi.
Se invece a invitarmi è una persona con possibilità economiche chiaramente superiori alle mie — e magari ha scelto anche il posto — beh… devo davvero spiegarvelo?

Nel mio immaginario, l’amore e il corteggiamento sono soprattutto questo: il desiderio di fare qualcosa di gentile per l’altra persona. In modo spontaneo, sincero, e proporzionato alle proprie possibilità. Non solo economiche, ma anche di tempo, attenzioni, energie.

La gentilezza e la voglia di amare non hanno genere. O almeno, non dovrebbero averlo.
Quando un sentimento è sano, chi lo prova desidera naturalmente alleggerire l’altro da qualche fatica, se può. Senza annullarsi, senza forzarsi, senza dimenticarsi di sé.

Portare un piccolo dono, preparare qualcosa con le proprie mani, oppure — perché no — offrire una cena, può semplicemente voler dire:
“Ci sono. Ti vedo. Tengo a te.”

A volte certe critiche arrivano solo da chi sente il bisogno di mettere continuamente in discussione le scelte altrui.
Io, invece, ho ancora pazienza, tempo e voglia di parlarne. Con calma. Con gentilezza. E con i miei tempi.

E voi? Cosa ne pensate?
Scrivetemelo nei commenti o raccontatemelo sulla mia pagina Instagram @papatriarcato.

Articolo a cura di Valeria Civale — Sportpress24.com

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