Lazio, la resa silenziosa: Sarri e un calcio che non emoziona più

La notte non ha portato consiglio. A mente fredda, dopo ore che solitamente smussano rabbia e delusione, la sensazione resta identica: la Lazio vista contro il Como è una squadra rassegnata, prigioniera di un’idea di calcio che non coinvolge più né i giocatori né il pubblico.

Maurizio Sarri appare sempre più come un allenatore fuori tempo massimo, un “dinosauro” che prova a muoversi in un calcio ormai cambiato. Lui stesso, due anni fa, aveva ammesso di non riconoscersi più nel calcio moderno, parlando apertamente di pensione. Oggi, i fatti sembrano dargli ragione. Ma l’amore dichiarato per la Lazio non può e non deve bastare: la Lazio viene prima di tutto, anche del suo allenatore.

Il cosiddetto “sarrismo” ha perso brillantezza, imprevedibilità e fascino. Da idea rivoluzionaria è diventato un meccanismo rigido, stucchevole, facilmente leggibile dagli avversari. L’episodio simbolo arriva durante un contropiede: la squadra arriva sulla trequarti, poi si ferma per tornare indietro. Azione spenta, occasione svanita. Eppure si continua a sostenere che con Sarri “si tira in porta”.

Nel mirino delle critiche è finito Ratkov, colpevole designato nonostante sia appena alla seconda presenza. Un’accusa ingiusta: il centravanti non riceve palloni giocabili perché nel sistema attuale sembra bandito l’ABC del calcio, ovvero andare sul fondo e crossare. L’unica volta che accade, nasce un’occasione vera, sprecata da Zaccagni. A volte è la normalità a fare la differenza.

Ed è proprio qui che nasce il rimpianto di molti tifosi per Marco Baroni. Sì, con lui sono arrivate goleade pesanti, ma anche partite vive e coinvolgenti. C’era trasporto, partecipazione emotiva, la sensazione di lottare insieme alla squadra. Oggi no: se non si segna dopo l’ennesima uscita dal basso, la Lazio si spegne.

Un paragone che riporta alla memoria il passato: Zeman. Anche con lui arrivavano sconfitte clamorose, ma lo stadio le persone si divertivano. Con Baroni, pur con una carriera diversa, si respirava la stessa aria. E ancora di più con Simone Inzaghi, che sapeva compensare i limiti tattici esaltando i giocatori, pronti a dare tutto per lui. Con Inzaghi, la sensazione non era mai la rassegnazione, ma la voglia di rimonta, sempre. La famosa Lazio-Atalanta da 0-3 a 3-3 resta l’emblema.

Qui, invece, anche una squadra modesta dovrebbe riuscire, perlomeno, a tirare in porta. La Lazio no: conclusioni innocue, consegnate al portiere. Il Como, al contrario, massimizza ciò che crea. È lo scontro tra nuovo e vecchio: da una parte un allenatore giovane, con idee fresche e capacità di coinvolgere; dall’altra Sarri, sempre più isolato, tra frecciatine e responsabilità mai assunte, come sulla preparazione fisica.

Chi pensa che questa critica sia una difesa della società sbaglia bersaglio. La proprietà è già stata duramente contestata, anche per aver richiamato Sarri e per non avere ora il coraggio di cambiare. Ma urlare “Lotito vattene” senza un acquirente reale e credibile serve a poco. La Lazio è una SPA e richiede procedure serie, non avventure improvvisate.

Il concetto è semplice: fare il meglio possibile con ciò che si ha, fino a quando non arriverà qualcuno pronto davvero a rilevare il club. Fino ad allora, resta una certezza amara: questa Lazio non emoziona, non lotta, non tira in porta. E soprattutto non fa più sognare.

Articolo a cura di Marco Lanari – Supervisione di Stefano Ghezzi – Sportpress24.com

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