“Tu sei una mamma, non ce la farai mai!”

“Tu sei una mamma, non ce la farai mai!”

Come se non bastasse essere nata femmina.

Nascere femmina vuol dire spesso fare più fatica per conquistare il turno di parola in un contesto misto. Nascere femmina implica anche che la mattina devi alzarti prima di un uomo: non solo perché, nel 70% dei casi, è a te che tocca preparare la colazione, ma perché esiste una pressione sociale molto forte legata all’aspetto e alla cura personale.

Devi ritagliarti del tempo per:

  1. Truccarti, perché “devi apparire presentabile”.

  2. Scegliere un outfit che sia abbastanza femminile ma non troppo provocante.

  3. Occuparti dei capelli con strumenti costosi e prodotti specifici, nella speranza che resistano alla giornata, tra metropolitana, pioggia, palestra e aperitivo serale magari.

  4. Decidere quali tacchi indossare – perché se non li metti: “che donna sei?”

L’elenco potrebbe continuare, ma il tema principale qui è un altro.

Dopo tutto questo, dopo aver dimostrato due volte più di quanto faccia un uomo che sei competente, intelligente e degna di rispetto, arrivi – finalmente – sul posto di lavoro. Fiu!

E che cosa succede una volta arrivate a lavoro? Magari, capita che è l’uomo – statisticamente – a fare carriera più facilmente della donna. Questo accade, magari, perché, culturalmente e secondo aspettative sociali profondamente radicate, è ancora la donna a farsi carico del lavoro domestico e della cura dei figli.

Lo stigma legato alla genitorialità poi grava principalmente sulle madri. Nessun datore di lavoro si immaginerebbe mai di dire:

“Ma che credi di fare carriera tu? Sei un papà! Come pensi di conciliare lavoro e famiglia?”

Queste frasi pesano come un macigno. Non solo emotivamente, ma anche sulla qualità del tempo che trascorriamo sul posto di lavoro. Perchè? Innanzitutto sono una chiara manifestazione di pregiudizio: chi le pronuncia parte già prevenuto – e chi le subisce capisce che la strada per lei sarà più tortuosa. Non tanto perché sei madre, quanto perché chi giudica il tuo operato vede la maternità come un handicap, una colpa o una zavorra.

Magari il tuo collega uomo prende regolarmente (e giustamente) permessi lavorativi per andare dal barbiere, alle assemblee condominiali, per accompagnare amici e parenti a fare questo o quello: tutto sembrerà normale e nessuno farà un fiato.

Ma se sei donna – e madre – e chiedi un permesso ogni dieci del tuo collega: ahia! Sarà sottolineato, evidenziato, marcato in grassetto e, probabilmente, ne faranno anche dei cartelloni. Tutto dopo averne dato comunicazione anche al gatto, al cane e al piccione che si è posato un attimo lì sul davanzale.

In questo contesto, parlare di crisi demografica senza parlare di lavoro e maternità è un esercizio ipocrita. Non ci dovremmo sorprendere più di tanto del tragico calo demografico che colpisce il nostro Paese. La natalità italiana è ai livelli più bassi di sempre, con meno di 370.000 nascite all’anno e un tasso di fertilità tra i più bassi d’Europa – un dato che riflette scelte legate anche alla precarietà economica e alle difficoltà di conciliare lavoro e famiglia.

Secondo il CNEL-ISTAT, le donne tra i 15 e i 64 anni hanno un tasso di occupazione inferiore a quello degli uomini (52,5% contro 70,4%), con un’ampia differenza legata anche alla presenza di figli.

La nostra posizione

Noi di Papàtriarcato crediamo che la maternità – più che un ostacolo – sia un valore aggiunto, non uno stigma.

Proprio perché, ancora oggi, una quota consistente del lavoro di cura continua a ricadere sulle donne, questo implica che molte sviluppano capacità organizzative, di problem solving, di gestione e di ottimizzazione che sono fondamentali in tutti i contesti lavorativi.

Questo non è solo un fatto sociale: è una risorsa economica e culturale che tutto il Paese paga a caro prezzo se non viene riconosciuta e valorizzata.

Ci auspichiamo di vedere presto una maggiore fruizione del congedo parentale da parte dei papà degli striminziti giorni simbolici che attualmente gli spettano. Continueremo a parlare di questi temi, augurandoci anche un’estensione del congedo di maternità (che magari diventerà genericamente congedo di genitorialità).

Nel frattempo: tanti auguri e figlie femmine!

Articolo a cura di Valeria Civale — Sportpress24.com

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