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Sarri, dalla santificazione alla contestazione: dove sono finite le vedove del Comandante?

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L’Atalanta sprofonda contro il Parma, la Curva Nord fischia e la società manda tutti in ritiro. Maurizio Sarri finisce nuovamente sul banco degli imputati. Ma viene da chiedersi: che fine hanno fatto quelli che lo consideravano intoccabile ai tempi della Lazio? Il curriculum non cambia, ma improvvisamente sembra che qualcuno abbia scoperto i limiti del suo calcio

C’è qualcosa di curioso, e persino paradossale, nella parabola di Maurizio Sarri. Basta cambiare città, maglia e ambiente per passare dall’essere considerato un allenatore da difendere a prescindere a diventare uno dei principali responsabili di una crisi.

L’ultima fotografia arriva da Bergamo. L’Atalanta cade rovinosamente in casa contro il Parma, incassa tre reti, esce dal campo tra i fischi della Curva Nord e si ritrova con una situazione di classifica tutt’altro che rassicurante. Un 3-0 pesantissimo, maturato dopo un primo tempo nel quale la squadra nerazzurra aveva anche dato l’impressione di poter controllare la partita.

Poi il crollo. Il gol di Fabbian, l’autorete di Zappacosta e la rete di Lontani. Una squadra che perde certezze, si disunisce e finisce per consegnarsi agli avversari.

La risposta della società è immediata: Cristiano Giuntoli annuncia il ritiro fino a domenica, concordato con l’allenatore. «Il secondo tempo è stato inaccettabile», dichiara il direttore sportivo, chiedendo pubblicamente scusa ai tifosi. E sul futuro del tecnico precisa che si va avanti con Sarri, senza ripensamenti.

Insomma, il momento è delicato e il Comandante è finito nel mirino. Ma la domanda che viene spontanea riguarda soprattutto il passato.

Il Comandante e il mercato: una storia già vista a Roma

Per capire il personaggio bisogna tornare alla sua esperienza sulla panchina biancoceleste. Sarri arrivò alla Lazio accompagnato da grandi aspettative. Il secondo posto conquistato nella stagione 2022-2023 aveva alimentato l’entusiasmo, ma quel risultato non poteva cancellare alcune perplessità sul suo calcio.

Un gioco spesso prevedibile, una manovra che faticava a trovare alternative quando gli avversari riuscivano a chiudere gli spazi, una squadra che sembrava avere bisogno di interpreti perfettamente funzionali al suo sistema. Il cosiddetto Sarrismo, insomma, non sempre produceva quello spettacolo che i suoi sostenitori raccontavano.

Eppure, per una parte della tifoseria, Sarri era diventato quasi intoccabile.

Quando le cose non funzionavano, il principale responsabile era Lotito. Quando il mercato non soddisfaceva le esigenze tecniche, la colpa era della società. Quando arrivavano risultati deludenti, bisognava proteggere il Comandante.

Indimenticabili, in questo senso, le dichiarazioni sul mercato: «Ho chiesto A e B, sono arrivati X e Y». Una frase diventata praticamente il manifesto del rapporto complicato tra l’allenatore e la dirigenza.

Non si trattava di un’invenzione dei critici. Nel febbraio 2024 il Corriere dello Sport ricostruiva proprio il deterioramento dei rapporti tra Sarri e Lotito, ricordando quella distanza tra le richieste dell’allenatore e gli acquisti effettuati dalla società.

Ma c’è un particolare che qualcuno sembra dimenticare: un allenatore viene pagato anche per valorizzare il materiale umano che ha a disposizione. Non sempre si può pretendere di costruire una squadra esclusivamente secondo le proprie indicazioni.

Le vedove di Sarri e la memoria corta

Quando Sarri lasciò la Lazio nel marzo 2024, dopo la sconfitta interna contro l’Udinese e una serie di quattro ko consecutivi, una parte dell’ambiente biancoceleste trasformò il suo addio nell’ennesima occasione per puntare il dito contro Lotito.

Eppure Sarri non venne esonerato: si dimise. Una differenza sostanziale, che merita di essere ricordata.

La società gli aveva confermato la fiducia, ma il tecnico decise di lasciare. Nel frattempo, il rapporto con lo spogliatoio si era deteriorato e anche la Curva Nord aveva cominciato a contestarlo.

Successivamente Lotito raccontò che dietro le dimissioni c’erano anche tensioni interne al gruppo, soprattutto con alcuni giocatori più esperti.

Ma allora perché, per una parte dei tifosi, Sarri doveva essere considerato una vittima delle circostanze? Perché ogni limite della squadra doveva essere ricondotto alla società e ogni responsabilità tecnica finiva in secondo piano?

Il calcio non funziona così. Non esistono allenatori esenti da responsabilità e non esistono presidenti che debbano necessariamente assecondare ogni richiesta del proprio tecnico.

Bergamo presenta il conto

Oggi la storia si ripete, con protagonisti diversi ma con dinamiche che ricordano parecchio il passato.

A Bergamo Sarri si trova davanti a una situazione complicata. La sconfitta contro il Parma ha fatto esplodere il malcontento, la squadra è stata mandata in ritiro e la sua posizione è inevitabilmente finita sotto osservazione.

Il tecnico ha parlato di fragilità mentale, nervosismo e incapacità di reagire dopo il primo gol subito. Ha anche ammesso le difficoltà nel trasformare le occasioni costruite in reti.

Sono considerazioni legittime, ma non possono diventare l’ennesimo alibi.

Se una squadra non riesce a mantenere equilibrio, se si smarrisce davanti alle difficoltà e se il suo rendimento continua a essere lontano dalle aspettative, l’allenatore deve assumersi la propria parte di responsabilità.

Non basta spiegare che mancano determinati giocatori, che il mercato non ha portato gli interpreti desiderati o che il gruppo deve ritrovare serenità.

Il progetto tecnico deve anche saper adattarsi alla realtà.

E adesso dove sono finite le vedove del Comandante?

È questa la domanda che merita una risposta.

Dove sono finiti quelli che difendevano Sarri a prescindere? Quelli per cui Lotito non aveva capito nulla di calcio, quelli che consideravano l’allenatore toscano una sorta di garanzia assoluta, quelli che sostenevano che senza di lui la Lazio avrebbe perso la propria identità?

Oggi, davanti alla crisi dell’Atalanta, le attenuanti sembrano improvvisamente diminuire.

Attenzione: Sarri non è diventato un allenatore incapace da un giorno all’altro. Il suo curriculum resta importante e nessuno può cancellare quanto ottenuto in carriera. Ma proprio per questo dovrebbe essere giudicato con lo stesso metro utilizzato per tutti gli altri.

Non può essere un maestro quando vince e una vittima del sistema quando perde. Non può essere il Comandante quando pretende autonomia e diventare un semplice esecutore quando la squadra non gira.

Il calcio è fatto di risultati, idee, capacità di gestione e adattamento. E il nome scritto sulla panchina non può rappresentare uno scudo permanente.

A Bergamo, come a Roma, il problema non è soltanto chi compra i giocatori. È anche cosa riesce a costruire l’allenatore con quelli che ha.

E forse, prima di rimpiangere ancora una volta il Sarrismo, sarebbe il caso di chiedersi quanto di quel calcio tanto celebrato fosse davvero efficace e quanto, invece, fosse sostenuto soprattutto dalla narrazione dei suoi estimatori.

Il Comandante oggi è sotto contestazione. Le vedove, invece, sembrano improvvisamente molto più silenziose.

Articolo a cura di  Stefano Ghezzi– Sportpress24.com

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