La pizza, simbolo popolare per eccellenza, sta diventando un piccolo lusso. Basta guardare il listino della pizzeria di quartiere per accorgersi che la Margherita, un tempo rifugio economico e democratico, oggi sfiora cifre che sembrano uscite da un menù gourmet.
Gli ingredienti costano di più, l’energia costa di più, gli affitti costano di più: tutto lievita, e la pizza segue a ruota. Il forno a legna non vive di poesia, il pizzaiolo non si paga con i like, e così l’impasto cresce… anche nel prezzo.
La Margherita è diventata un indicatore economico: quando supera gli 8 euro scatta l’allerta, a 10 euro entriamo nella zona rossa gastronomica, oltre i 12 diventa un bene di lusso da custodire con cura.
Intanto il cliente moderno vive un dramma interiore degno di un teatro elisabettiano, risparmiare con la Margherita o concedersi una Diavola, visto che ormai la differenza è minima?
Le pizzerie difendono i listini parlando di qualità, ricerca, lievitazioni infinite e impasti speciali, e non hanno torto. La pizza è diventata un prodotto più complesso, più curato, più raccontato.
Ma chi cerca solo una cena semplice si ritrova a fare i conti con un piatto che semplice non è più.
La pizza resta un rito, un conforto, un simbolo, ma oggi è anche un termometro sociale, più aumenta il suo prezzo, più capiamo che qualcosa, nell’economia quotidiana, sta davvero lievitando.
Ironia a parte, il titolo fotografa una verità che tutti sentiamo: il prezzo della pizza lievita sempre più, e noi continuiamo a seguirla, fedeli devoti del cornicione, anche quando ci costa un po’ di più.

