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Le vittime di femminicidio non si contano

Federico Vella è l’ultimo assassino femminicida. L’uomo ha stroncato la vita di Lorena Isceri.

Per lui si sono dispiegate anche le forze dell’ordine e i vigili del fuoco. La straziante trattativa, finalizzata a evitare che si gettasse nel vuoto, è tragicamente fallita. Dopo avere lanciato dal viadotto il corpo della donna alla quale aveva meschinamente tolto la vita, l’uomo si è suicidato.

I femminicidi non si contano. In tutti i sensi.

Persino stabilirne il numero restituisce oggi risultati profondamente diversi a seconda della fonte e dei criteri utilizzati. I dati istituzionali del Viminale e quelli raccolti, con dovizia di particolari, dall’Osservatorio nazionale femminicidi, lesbicidi e transcidi diNon Una Di Menonon coincidono.

Un disallineamento che non può essere letto senza interrogarsi anche sui differenti criteri con cui un’uccisione viene riconosciuta e classificata come femminicidio.

Ed è precisamente in questo divario che si rintraccia una parte del problema:la nostra società, culturalmente e istituzionalmente, fatica ancora a riconoscere pienamente la violenza di generee i meccanismi di potere, controllo e possesso che la caratterizzano.

La Convenzione di Istanbulprevede una formazione adeguata per le figure professionali che entrano in contatto con vittime e autori di violenza.

E proprio ilGREVIO,organismo del Consiglio d’Europa incaricato di monitorarne l’applicazione, ha recentemente richiamato l’Italia sulla necessità di garantire una formazione obbligatoria sulla violenza contro le donne a diverse categorie professionali, compresi gli operatori della giustizia penale.

Dalle forze dell’ordine alla magistratura, fino alle altre figure che possono avere un ruolo cruciale nell’intercettare una situazione di violenza,la formazione non può essere considerata accessoria

Dietro ogni funzione professionale ci sono, infatti,esseri umani cresciuti e inevitabilmente condizionati anche dal contesto sociale e culturaledi provenienza. Per contrastare realmente la violenza di genere sarebbe quindi proficuo rendere sistematica e capillare questa formazione per tutte le operatrici e tutti gli operatori che possono trovarsi a valutare, raccogliere, interpretare o giudicare situazioni di violenza.

Il numero dei femminicidi, inoltre, rappresenta soltanto uno degli indicatori di una violenza sistemica e strutturale che non sempre culmina nel suo più tragico epilogo.

Molto più spessola sudditanza della donnaa queste dinamiche si protrae per anni, talvolta per l’intera durata della sua esistenza, trascorsa facendo lo slalom pur di non scatenare l’ira del proprio imperituro carnefice.

Neicentri antiviolenzaascoltiamo numerosissimi casi di donne che, purtroppo, non vedono poi riconosciuta la propria esperienza di violenza nell’esito processuale.

Talvolta per insufficienza di prove; altre volte perché gli strumenti culturali e professionali attraverso i quali quella violenza viene letta e valutata risultano ancora inadeguati.

Non può essere demandato alle vittime il compito impossibile di documentare perfettamente, magari filmando il proprio aggressore, ciò che accade dentro una relazione violenta.

Molti passi in avanti sono stati fatti. Molti altri devono ancora avvenire.

Articolo a cura di Valeria Civale perSportPress24

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