Italia, i Campioni sono altrove: Atletica e Nuoto trionfano. Il Calcio affonda ed è allo sbando

C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel calcio italiano. E non è più possibile nasconderlo dietro una partita persa, un sorteggio sfortunato, un allenatore sbagliato o la solita frase fatta sul «momento di difficoltà».

Qui non siamo davanti a una crisi passeggera. Siamo davanti a un sistema che da anni non riesce più a rinnovarsi, che continua a vivere di rendita sul passato e che, mentre il resto d’Europa corre, sembra aver scelto deliberatamente di restare fermo.

Tre Mondiali consecutivi senza l’Italia. Tre. Non una generazione sfortunata, non un incidente di percorso: un fallimento strutturale.

E la domanda più inquietante è una sola:com’è possibile che un Paese capace di produrre campioni praticamente in ogni disciplina sportiva non riesca più a produrre una Nazionale di calcio competitiva?

Basta guardare quello che sta accadendo in questi giorni. Agli Europei di atletica di Birmingham l’Italia continua a conquistare medaglie, a sorprendere, a mettere in mostra talenti, ragazzi e ragazze capaci di competere ai massimi livelli internazionali.

E la stessa cosa sta accadendo nel nuoto, dove il movimento italiano continua a raccogliere risultati straordinari.

Atletica, nuoto, scherma, ciclismo, ginnastica: discipline nelle quali l’Italia riesce ancora a costruire campioni, spesso partendo da strutture tutt’altro che ricche.

E allora perché nel calcio no?

Perché nel calcio abbiamo trasformato il talento in un prodotto e il calciatore in un privilegiato prima ancora che diventi un campione.

Il problema non sono i ragazzi.Il problema è il sistema che li cresce.

Un giovane calciatore italiano dovrebbe essere considerato prima di tutto una risorsa sportiva, un investimento sul futuro, un patrimonio da formare. Troppo spesso, invece, viene considerato un elemento marginale rispetto alle esigenze immediate della prima squadra, del mercato, dei procuratori e dei bilanci.

I settori giovanili dovrebbero essere il cuore pulsante del calcio italiano. Sono diventati, troppo spesso, una voce di bilancio, una vetrina per il mercato o un passaggio obbligato prima di andare a cercare all’estero quello che non siamo più capaci di costruire in casa.

E mentre noi discutiamo, gli altri si sono organizzati.

Le grandi federazioni europee hanno investito nella formazione degli allenatori, nelle infrastrutture, nella metodologia, nella valorizzazione dei giovani, nella modernizzazione degli impianti e nella programmazione. Il calcio italiano continua invece a discutere di formule dei campionati, diritti televisivi, calendari, interessi dei club e guerre di potere.

Riforme vere? Poche. Riforme coraggiose? Ancora meno

Non basta cambiare un regolamento ogni tanto. Non basta parlare di giovani. Non basta introdurre una norma sull’utilizzo degli Under 21 e poi considerare il problema risolto.

Serve una rivoluzione culturale.

Serve riportare i vivai al centro del progetto. Serve obbligare i club a investire seriamente nella formazione. Serve costruire impianti moderni. Serve formare allenatori di qualità. Serve dare ai ragazzi italiani la possibilità di giocare, sbagliare, crescere e confrontarsi con il calcio vero.

E soprattutto serve smettere di raccontare la favola secondo cui il talento italiano non esiste più.

Il talento esiste. È il sistema che non lo sa più valorizzare.

E qui arriva un altro punto scomodo: il rapporto tra denaro e responsabilità.

Nel calcio girano cifre mostruose. Un calciatore può guadagnare in una stagione quanto un atleta di altre discipline non vedrà mai nella propria carriera. Eppure, quando arrivano le grandi competizioni internazionali, troppo spesso assistiamo a giocatori che sembrano incapaci di sopportare il peso della maglia azzurra.

Attenzione: non si tratta di generalizzare né di accusare i singoli. Ma il confronto con altri sport è impietoso.

Guardate gli atleti italiani che salgono su una pedana, entrano in una piscina o affrontano una gara di atletica.

Molti di loro arrivano da anni di sacrifici, strutture non sempre all’altezza, stipendi infinitamente inferiori a quelli del calcio e una quotidianità fatta di allenamenti massacranti.

Eppure combattono.

Combattono perché sanno che ogni centesimo, ogni secondo, ogni centimetro conquistato è frutto del lavoro.

Nel calcio abbiamo costruito un ambiente nel quale troppo spesso il giovane talento viene protetto, coccolato, gestito e valorizzato economicamente prima ancora di essere formato mentalmente.

Forse è arrivato il momento di tornare a educare prima di pagare

Perché una Nazionale forte non si costruisce convocando undici giocatori qualche giorno prima di una partita. Si costruisce dieci, quindici, vent’anni prima, nei campi di periferia, nelle scuole calcio, nei vivai, negli allenamenti sotto la pioggia, attraverso allenatori preparati e dirigenti capaci di programmare.

Il calcio italiano, invece, sembra aver perso la capacità di programmare.

Si aspetta l’emergenza e poi si cerca il salvatore della patria.

Un nuovo commissario tecnico. Un nuovo dirigente. Un nuovo presidente. Un nuovo progetto.

E intanto il tempo passa.

La Germania ha riformato il proprio sistema dopo il disastro del 2000. La Spagna ha costruito un modello tecnico che ha prodotto generazioni straordinarie. La Francia continua a sfornare talenti. L’Inghilterra ha investito enormemente in strutture e formazione.

E noi?

Noi continuiamo a raccontarci quanto eravamo forti.

Ma il calcio non vive di ricordi.

Il titolo mondiale del 2006 è storia. Il calcio spettacolare degli anni Novanta è storia. I grandi campioni italiani sono storia.

Il futuro, invece, è tutto da costruire.

E se non lo facciamo adesso, rischiamo di trasformare l’assenza dai Mondiali da tragedia sportiva a normalità.

La cosa più assurda è che le potenzialità per rinascere ci sono tutte. L’Italia è un Paese di campioni. Lo dimostrano ogni giorno gli sport nei quali talento, sacrificio e programmazione riescono ancora a produrre risultati straordinari.

Il problema, quindi, non è l’Italia

È il calcio italiano.

E finché continueremo a proteggerlo dalle critiche, a difendere privilegi, interessi e poltrone e a rimandare le riforme necessarie, continueremo a guardarci intorno mentre gli altri corrono.

La Nazionale non ha bisogno dell’ennesimo alibi.

Ha bisogno di una rifondazione.

Perché tre Mondiali consecutivi senza Italia non sono più una coincidenza.

Sono il certificato di fallimento di un sistema.

E forse, prima di cercare il prossimo fenomeno da convocare in Nazionale, sarebbe il caso di chiederci perché quel fenomeno non siamo più capaci di costruirlo.

Il bilancio completo dei due Europei: nel nuoto l’Italia ha chiuso con20 medaglie (6 ori, 8 argenti, 6 bronzi)e ha vinto la classifica per Nazioni; nell’atletica di Birmingham gli azzurri hanno conquistato22 medaglie (10 ori, 6 argenti, 6 bronzi), vincendo anche il medagliere per la seconda edizione consecutiva.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – Sportpress24.com

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