FIFA, dietro Infantino c’è Trump: dopo gli abbracci, ecco il modello “Business First”

C’è una frase che oggi risuona più forte di tutte le altre:“Lo sport non si vende”.

È la risposta della Uefa al progetto della Fifa di creare laFifa Forward Enterprise (Ffe), una nuova società commerciale destinata a riunire attività commerciali e organizzative delle competizioni, con circa il 20% del capitale potenzialmente destinato a investitori privati.

Una svolta che la Fifa presenta come una grande opportunità per aumentare le risorse destinate allo sviluppo del calcio mondiale, ma che per molti rappresenta qualcosa di molto più profondo:l’ennesimo passo verso la trasformazione del calcio in una gigantesca macchina commerciale.

E allora viene spontaneo chiedersi:dove finisce il calcio e dove comincia il business?

La domanda è inevitabile soprattutto guardando alla gestione di Gianni Infantino.

Un presidente che negli ultimi anni ha costruito un rapporto strettissimo con Donald Trump, oggi presidente degli USA celebrandone pubblicamente la leadership e condividendo con lui una quantità impressionante di occasioni istituzionali e sportive.

Mondiale per club, Mondiale 2026, incontri alla Casa Bianca, foto, sorrisi, strette di mano.

Trump ha capito da tempo che lo sport è anche politica, immagine, consenso e soprattuttopotere economico.

E Infantino, in questo senso, sembra aver imparato molto bene la lezione.

Non è un’accusa personale. È una constatazione politica. Perché osservando la traiettoria della Fifa appare sempre più evidente una trasformazione:il calcio non viene più soltanto amministrato, viene valorizzato come un asset finanziario globale.

E se Trump è il presidente che ha trasformato la politica in spettacolo permanente, Infantino sembra voler dimostrare che anche il calcio può diventare una gigantesca piattaforma commerciale globale.

IL CALCIO COME UNA MULTINAZIONALE

La Fifa assicura che gli investitori privati avrebbero soltanto una partecipazione minoritaria e nessun ruolo operativo. La governance del calcio, le competizioni, il calendario e le decisioni sportive resterebbero nelle mani della federazione.

Ma è proprio qui che nasce il problema.

Perchénon serve necessariamente possedere la maggioranza per cambiare la natura di un sistema.

Basta aprire una porta.

E quella porta, oggi, sembra essere spalancata.

La Fifa ha già allargato il Mondiale per club a 32 squadre. Si parla di ulteriori espansioni. Il Mondiale per nazionali potrebbe passare da 48 a 64 partecipanti.

Il calendario internazionale continua a dilatarsi. Le competizioni aumentano. Gli eventi diventano sempre più grandi, più lunghi, più televisivi e più redditizi.

Ora arriva anche la possibilità di far entrare capitali privati nella macchina commerciale della Fifa.

Tutto questo viene raccontato con una parola che nessuno può contestare:sviluppo.

Più soldi alle federazioni. Più investimenti. Più infrastrutture. Più opportunità per i Paesi meno ricchi.

Perfetto.

Ma una domanda resta sul tavolo:quanto calcio stiamo sacrificando per produrre sempre più denaro dal calcio?

IL MODELLO INFANTINO: PIÙ PARTITE, PIÙ MERCATO, PIÙ SOLDI

La Fifa prevede ricavi per almeno 13 miliardi di dollari nel ciclo quadriennale che comprende il Mondiale 2026, contro i 7,6 miliardi del quadriennio precedente.

Numeri impressionanti.

E proprio per questo inquietanti.

Perché quando una macchina economica cresce a questa velocità, il rischio è che il prodotto finisca per diventare più importante della sua stessa ragione d’essere.

Il tifoso diventa consumatore.

La partita diventa contenuto.

Il torneo diventa un prodotto.

Il Mondiale diventa una piattaforma.

Il calendario diventa un portafoglio di asset da valorizzare.

E il calcio, lentamente, rischia di trasformarsi in qualcosa che assomiglia sempre meno a uno sport e sempre più a unamultinazionale dell’intrattenimento.

Infantino ha sempre difeso l’idea di un calcio globale capace di redistribuire ricchezza. E innegabilmente aumentare i finanziamenti alle 211 federazioni affiliate può rappresentare un’opportunità straordinaria.

Ma il punto non è soltanto quanto denaro verrà distribuito.

Il punto èchi decide quanto calcio deve essere giocato, dove deve essere giocato, quanto deve costare e quanto deve rendere.

LA UEFA ALZA LA VOCE: “IL CALCIO NON SI VENDE”

La reazione della Uefa è stata durissima.

Il messaggio è chiaro: le istituzioni che governano il calcio non dovrebbero oltrepassare il limite dell’apertura ai capitali privati senza una trasparenza assoluta sulla destinazione dei profitti e sugli interessi in gioco.

È una presa di posizione che dovrebbe far riflettere.

Perché il calcio non è nato come un prodotto finanziario.

È nato nei quartieri, nei cortili, nei campetti di periferia. È diventato passione popolare prima ancora di diventare televisione, sponsorizzazione e diritti commerciali.

E soprattuttonon appartiene a chi lo amministra.

Non appartiene a Infantino.

Non appartiene alla Fifa.

Non appartiene alla Uefa.

Non appartiene agli investitori.

Appartiene a milioni di persone che pagano biglietti, abbonamenti, magliette, trasferte e soprattutto dedicano una parte della propria vita a una squadra e a una maglia.

GRAVINA: “STIAMO SUPERANDO IL LIMITE”

Ancora più significativa è la posizione di Gabriele Gravina, vicepresidente Uefa, che parla apertamente di un limite superato e mette in guardia dal rischio che l’equilibrio tra calcio-spettacolo e calcio come passione popolare venga cancellato da una visione eccessivamente affaristica.

Parole pesanti.

E difficili da liquidare come semplice opposizione politica.

Perché la questione è ormai davanti agli occhi di tutti:il calcio mondiale sta crescendo economicamente molto più rapidamente di quanto stia crescendo il suo rispetto per il tempo, la salute e la passione di chi lo vive.

Giocatori spremuti.

Calendari impossibili.

Tornei sempre più lunghi.

Mondiali sempre più grandi.

Club sempre più coinvolti in competizioni internazionali.

E ora anche l’idea di una struttura commerciale aperta ai capitali privati.

Quando arriva il momento in cui bisogna dire basta?

E POI C’È TRUMP

Ed è impossibile non tornare a Donald Trump.

Infantino lo ha elogiato ripetutamente e ha costruito con il presidente americano un rapporto politico e personale estremamente stretto.

Il Mondiale 2026 organizzato tra USA, Canada e Messico, con gli Stati Uniti ha trasmesso il cuore economico e mediatico dell’evento.

Trump ha sempre avuto una concezione estremamente commerciale dello sport.

E Infantino sembra aver trovato in lui un interlocutore perfetto.

Due mondi diversi, due ruoli diversi, ma una stessa grammatica:grandezza, spettacolo, numeri, business, consenso e potere.

A guardare oggi la Fifa viene quasi da pensare che, dopo tutto il tempo trascorso insieme, Trump non abbia semplicemente trovato in Infantino un alleato.

Gli abbia insegnato il mestiere.

O, provocatoriamente, che gli abbia fatto da “maestro” per trasformarlo nell’uomo perfetto per guidare il calcio nell’era in cui anche il pallone viene trattato come un enorme affare globale.

Naturalmente non significa che Trump abbia realmente “formato” Infantino alla presidenza della Fifa. Ma politicamente la suggestione è potente:il presidente della Fifa sembra sempre più muoversi secondo una logica molto vicina a quella del tycoon americano.

Prima si espande il prodotto.

Poi si moltiplicano gli eventi.

Poi si monetizza ogni centimetro disponibile.

E infine si cercano nuovi capitali.

È il calcio versioneBusiness First.

IL RISCHIO È CHE UN GIORNO NON RESTI PIÙ NULLA DA VENDERE

La Fifa dice che nessuno degli investitori avrà il potere di decidere sul calcio.

È una rassicurazione importante.

Ma non sufficiente.

Perché la domanda non riguarda soltantochi avrà il potere di decidere.

Riguarda soprattuttoquale sarà la logica con cui verranno prese le decisioni.

Se ogni competizione deve crescere, se ogni Mondiale deve avere più squadre, se ogni torneo deve produrre più ricavi, se ogni finestra del calendario deve essere monetizzata e se anche la macchina commerciale della Fifa deve aprire le porte agli investitori privati, allora il confine è sempre più sottile.

E quando tutto diventa monetizzabile, prima o poi rischia di diventare monetizzabile anche ciò che non dovrebbe esserlo.

La passione.

La tradizione.

Il tempo dei giocatori.

L’identità delle nazionali.

La dignità dei tifosi.

Il significato stesso di una Coppa del Mondo.

Il calcio non è una società quotata. Non è un fondo d’investimento. Non è una piattaforma streaming.

È un gioco diventato patrimonio culturale e sociale di miliardi di persone.

Può produrre miliardi, certo.

Ma non dovrebbe essere costretto a produrre miliardia qualunque costo.

Perché il vero pericolo non è che Infantino venda il 20% della sua nuova creatura commerciale.

Il vero pericolo è che, un pezzo alla volta,si finisca per vendere l’anima del calcio.

E a quel punto non basteranno più i comunicati della Fifa per convincere qualcuno che il pallone è ancora nelle mani dei tifosi.

Perché potrebbe essere già finito nelle mani di qualcun altro.

Magari di un investitore. Magari di un fondo. Magari di un grande gruppo economico.

Ma sicuramente non più soltanto di chi, da sempre, quel pallone lo ama.

Articolo a cura diStefano Ghezzi– Sportpress24.com

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