Il 15 luglio la Corte di Cassazione scriverà l’ultimo capitolo giudiziario della vicenda di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in appello a 14 anni e 9 mesi di reclusione per omicidio volontario, tentato omicidio e porto abusivo d’arma dopo la rapina del 28 aprile 2021 nella quale morirono due dei tre malviventi che avevano assaltato il suo negozio.
La Suprema Corte non riesaminerà i fatti, ma valuterà se la sentenza d’appello sia giuridicamente corretta oppure se debba essere annullata, con o senza rinvio.
Da quel pomeriggio di cinque anni fa, il caso Roggero ha diviso profondamente l’Italia
Da una parte chi vede un commerciante trasformato in assassino nel momento in cui ha inseguito i rapinatori ormai in fuga.
Dall’altra chi continua a vedere un uomo che, per l’ennesima volta, si è trovato con una pistola puntata addosso e che ha reagito dopo essere precipitato in un incubo già vissuto.
Per la Corte d’Assise d’Appello, la legittima difesa non poteva essere riconosciuta perché, nel momento in cui Roggero sparò, il pericolo era ormai cessato: i rapinatori stavano lasciando il luogo della rapina e non esisteva più quel “pericolo attuale” richiesto dall’articolo 52 del Codice penale.
La difesa, invece, sostiene che i giudici abbiano sottovalutato lo stato psicologico dell’imputato, già vittima di una precedente rapina nel 2015, e gli effetti di un grave trauma che avrebbe inevitabilmente influenzato la sua percezione del pericolo.
I legali del gioielliere, Stefano Marcolini e Sergio Novani, hanno ribadito la loro convinzione depositando il ricorso in Cassazione:
«Siamo fermamente convinti che il ricorso metta in luce le criticità della sentenza di appello, i chiari vizi di motivazione e le violazioni di legge commesse nei gradi precedenti».
Al di là delle aule di tribunale, però, restano due domande che continuano a dividere il Paese
Che cosa farebbe un padre di famiglia dopo aver visto entrare tre uomini armati nel proprio negozio o nella propria casa? Quanti, dopo aver creduto di poter morire insieme ai propri cari, riuscirebbero davvero a distinguere con lucidità il momento esatto in cui il pericolo è terminato?
È facile ragionare davanti alle pagine di una sentenza. Molto meno quando si hanno ancora nelle orecchie le urla, il rumore dei colpi, la paura di non rivedere più i propri figli.
Naturalmente, uno Stato di diritto non può accettare che la giustizia venga sostituita dalla vendetta. Se ogni cittadino potesse decidere autonomamente chi vivere e chi morire, verrebbero meno le basi stesse della convivenza civile.
È il principio sul quale si fondano le sentenze emesse finora contro Roggero.
Ma è altrettanto vero che questa vicenda mette a nudo un’altra realtà: la solitudine di chi subisce una rapina violenta.
Per chi osserva il caso con gli occhi del cittadino comune, Mario Roggero non appare come un uomo uscito di casa con l’intenzione di uccidere.
Appare piuttosto come una persona che, dopo aver visto la morte entrare nel proprio negozio, ha reagito nel modo più estremo e tragico possibile.
È qui che nasce il disagio di una parte dell’opinione pubblica
Perché mentre la giustizia distingue, giustamente, tra difesa e reazione sproporzionata, molte persone continuano a chiedersi se sia davvero possibile pretendere freddezza, lucidità e perfetto autocontrollo da chi, pochi secondi prima, pensava di essere stato condannato a morte.
Il 15 luglio la Cassazione dirà se la condanna diventerà definitiva oppure se il processo dovrà essere celebrato nuovamente.
Qualunque sarà il verdetto, resterà un dubbio destinato a sopravvivere alla sentenza.
Dov’è il confine tra la legittima difesa e l’istinto di sopravvivenza?
Perché le sentenze possono chiudere un processo. Non sempre riescono a chiudere il dibattito, soprattutto quando riguarda la paura, la famiglia e il diritto di tornare vivi a casa.
Articolo pubblicato il 12 Luglio 2026 a cura di Stefano Ghezzi – Sportpress24.com