L’Italia è sparita dal calcio che conta: Crolla anche Ancelotti, i Mondiali 2026 chiudono l’era azzurra

Con l’eliminazione del Brasile di Carlo Ancelotti per mano della sorprendente Norvegia di Erling Haaland, ai Mondiali 2026 si chiude simbolicamente anche l’ultima presenza italiana rimasta nel torneo.

Non c’erano gli Azzurri in campo, assenti per la terza Coppa del Mondo consecutiva, ma c’erano due allenatori italiani chiamati a rappresentare una scuola tecnica che per decenni ha fatto scuola nel mondo: Vincenzo Montella con la Turchia e Carlo Ancelotti sulla panchina della Seleção. Entrambi sono tornati a casa prima del previsto.

È un’immagine che pesa. Perché racconta molto più di una semplice eliminazione

Ancelotti era stato scelto dal Brasile come il salvatore. Il tecnico più vincente della storia del calcio europeo doveva restituire identità e gloria alla nazionale più titolata del pianeta. Invece la favola si è trasformata in un incubo.

La Norvegia ha eliminato i verdeoro grazie alla doppietta di Haaland, mentre in Brasile sono immediatamente partiti processi e critiche feroci nei confronti dell’allenatore italiano, accusato di scelte troppo prudenti, formazione sbagliata e cambi inefficaci.

Ancelotti, nel dopopartita, ha provato a difendere il lavoro svolto parlando di “inizio di un nuovo ciclo” e sostenendo che il Brasile avrebbe meritato un risultato diverso.

Ma nel calcio, soprattutto quando alleni la Seleção, contano i risultati. E il verdetto del campo è stato impietoso.

La sensazione, però, va oltre il destino personale di Ancelotti

La verità è che il calcio italiano sembra aver smesso di dettare legge. Una volta esportavamo idee, tattica, allenatori, campioni e innovazione. Oggi esportiamo ricordi.

L’Italia manca dai Mondiali per la terza edizione consecutiva. Un dato che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza.

La Serie A non è più il campionato di riferimento, i vivai faticano a produrre fuoriclasse e persino gli allenatori italiani, da sempre considerati il nostro marchio di fabbrica, iniziano a mostrare difficoltà in un calcio sempre più veloce, fisico e verticale.

L’immagine di Haaland che travolge il Brasile di Ancelotti rappresenta quasi un passaggio di consegne.

Da una parte il calcio moderno, atletico, aggressivo e intenso. Dall’altra una scuola che sembra vivere ancora del prestigio costruito negli ultimi trent’anni.

Naturalmente sarebbe ingeneroso cancellare ciò che Carlo Ancelotti rappresenta. Cinque Champions League vinte da allenatore e una carriera irripetibile non possono essere messe in discussione da una sola eliminazione.

Ma il calcio vive di presente, non di curriculum. E il presente racconta che perfino uno dei tecnici più vincenti della storia è stato travolto da una nuova generazione che corre più forte, pressa meglio e sembra appartenere a un’altra epoca.

Forse è proprio questo il punto

L’Italia calcistica continua a vivere della propria storia mentre il resto del mondo costruisce il futuro.

Spagna, Francia, Inghilterra, Portogallo, Germania e persino nazionali considerate fino a pochi anni fa “emergenti” hanno investito nei settori giovanili, nelle infrastrutture, nella formazione degli allenatori e nell’innovazione tattica.

Noi continuiamo a discutere di ciò che siamo stati.

L’eliminazione di Ancelotti non certifica la fine del calcio italiano. Sarebbe una conclusione eccessiva. Ma rappresenta certamente un campanello d’allarme enorme.

Se nemmeno il miglior allenatore italiano della sua generazione riesce più a fare la differenza sul palcoscenico mondiale, allora il problema non riguarda un singolo uomo.

Riguarda un intero sistema

E forse il Mondiale 2026 ci lascia la fotografia più dura di tutte: il calcio italiano non è più protagonista. È diventato spettatore.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – Sportpress24.com

Translate »