In un calcio televisivo sempre più dominato dall’eccesso, dove spesso sembra vincere chi urla più forte anziché chi racconta meglio, esiste ancora un’eccezione.
Si chiama Stefano Bizzotto e rappresenta probabilmente l’ultimo grande interprete della scuola classica della telecronaca italiana.
Mentre il Mondiale 2026 viene raccontato da una generazione di commentatori che confonde l’enfasi con la competenza e trasforma ogni azione in un evento epocale, la voce del giornalista bolzanino continua a distinguersi per una qualità ormai diventata rarissima: la misura.
Bizzotto non ha bisogno di gridare per trasmettere emozioni. Non rincorre l’effetto speciale, non forza la narrazione e, soprattutto, non diventa il protagonista della partita. Il protagonista resta il calcio.
È una differenza sostanziale
Da una parte c’è chi accompagna il racconto con un’ininterrotta cascata di statistiche, curiosità, social network, dati e inglesismi spesso fuori luogo; dall’altra c’è un professionista che conosce perfettamente il valore del silenzio e sa scegliere il momento giusto per intervenire.
La sua è una telecronaca elegante, costruita su preparazione, cultura sportiva e rispetto della lingua italiana.
Un lessico ricco ma mai ostentato, una sintassi impeccabile, l’utilizzo naturale del congiuntivo in un’epoca in cui molti sembrano considerarlo un reperto archeologico.
È il segno di una professionalità che non riguarda soltanto il calcio, ma il giornalismo nel senso più alto del termine.
Non è un caso che Stefano Bizzotto venga considerato una vera enciclopedia dello sport
Dal calcio ai tuffi, dall’hockey su ghiaccio allo sci, passando per numerose altre discipline, riesce sempre a trasmettere competenza senza appesantire il racconto. Lo spettatore impara qualcosa senza accorgersene, perché ogni informazione arriva al momento giusto e mai per riempire il silenzio.
Ed è proprio il silenzio una delle qualità più preziose del suo stile. In televisione, saper tacere è forse più difficile che parlare.
Bizzotto lo ha capito da tempo: lascia respirare le immagini, concede spazio all’atmosfera dello stadio e permette al pubblico di vivere la partita senza sentirsi sopraffatto dalla voce del telecronista.
È la lezione della grande scuola Rai, quella di Nando Martellini, Bruno Pizzul, Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Carlo Nesti e Gianni Cerqueti.
Una tradizione fatta di sobrietà, competenza e rispetto per il telespettatore, che Stefano Bizzotto continua a onorare con una naturalezza disarmante.
Non sorprende quindi che proprio durante questo Mondiale siano arrivati numerosi attestati di stima da parte del pubblico. Sui social, in tanti hanno sottolineato come le sue telecronache rappresentino una piacevole eccezione nel panorama attuale, dove troppo spesso si assiste a una rincorsa continua all’effetto scenico, all’urlo facile e alla spettacolarizzazione forzata.
In questo contesto si inserisce perfettamente anche il recente editoriale pubblicato da Tuttosport, che ha definito il suo stile “il miglior antidoto contro il logorio degli urlatori moderni”.
Un’immagine efficace per descrivere una realtà che molti telespettatori percepiscono da tempo.
Perché il miglior telecronista non è quello che si sente di più. È quello che accompagna la partita senza invaderla. Quello che emoziona senza alzare il volume.
Quello che informa senza trasformare ogni dettaglio in un’esibizione personale.
Stefano Bizzotto appartiene a questa categoria
In un’epoca in cui molti pensano che la passione si misuri in decibel, continua a dimostrare che autorevolezza, competenza ed eleganza non passeranno mai di moda.
Forse è proprio questo il segreto della sua longevità professionale. In un mondo che corre dietro all’eccesso, lui ha scelto la normalità. E, paradossalmente, è proprio questa normalità a renderlo straordinario.
Articolo a cura di Stefano Ghezzi – Sportpress24.com