Turchia, un Mondiale da incubo: il fallimento che impone una riflessione

C’erano aspettative, entusiasmo e la convinzione che questa potesse essere la Coppa del Mondo della consacrazione. Invece per la Turchia il Mondiale si è trasformato in una dolorosa resa dei conti.

Due partite, due sconfitte, zero gol segnati e un’eliminazione praticamente già scritta prima ancora dell’ultimo impegno contro gli USA.

Un epilogo che lascia amarezza e che segna inevitabilmente la fine dell’avventura di Vincenzo Montella sulla panchina della nazionale.

Il calcio, però, raramente si limita ai numeri

E dietro questo fallimento c’è molto di più di una semplice eliminazione. C’è una nazionale che sembrava pronta a compiere il salto di qualità e che invece si è scoperta ancora fragile, immatura e incapace di reggere il peso delle aspettative.

La sconfitta contro l’Australia aveva già acceso i primi campanelli d’allarme.

Quella contro il Paraguay, arrivata nonostante una lunga superiorità numerica, ha certificato una crisi soprattutto mentale.

Una squadra che avrebbe dovuto reagire all’emergenza si è invece smarrita, incapace di trovare idee, personalità e soprattutto quella cattiveria agonistica indispensabile nei grandi tornei.

Le responsabilità non possono non ricadere su Montella

Il commissario tecnico italiano aveva il compito di trasformare il talento in risultati, ma il progetto si è fermato a metà strada.

La sua Turchia ha spesso mostrato buone intenzioni, una discreta organizzazione e anche momenti di calcio piacevole. Tuttavia, quando è arrivato il momento di fare il salto decisivo, tutto si è sgretolato.

Nei Mondiali conta vincere, non promettere.

Sarebbe però troppo facile scaricare ogni colpa sull’allenatore. Il vero rischio, oggi, è che la federazione e l’ambiente calcistico turco cerchino un capro espiatorio senza affrontare i problemi più profondi.

Perché questa eliminazione racconta anche di un movimento che da anni vive tra grandi ambizioni e risultati altalenanti, tra generazioni considerate “dorate” e traguardi che puntualmente sfuggono.

Eppure, in mezzo alle macerie, esistono motivi per guardare avanti. Arda Güler, Kenan Yildiz e molti altri protagonisti di questa nazionale rappresentano un patrimonio tecnico straordinario.

Sono giocatori che devono ancora entrare nel pieno della maturità calcistica e che potrebbero diventare il volto della Turchia per il prossimo decennio.

Per questo il fallimento mondiale non dovrebbe essere vissuto come la fine di un ciclo, ma come l’inizio di una riflessione seria.

Cambiare allenatore sarà probabilmente inevitabile e il possibile ritorno di Fatih Terim avrebbe il sapore della scelta rassicurante, dell’uomo d’esperienza chiamato a ricostruire credibilità e fiducia.

Ma nessun commissario tecnico, da solo, potrà risolvere problemi strutturali che richiedono programmazione, pazienza e una visione condivisa.

Quanto a Montella, il Mondiale lascia una macchia importante sul suo percorso

Resta però difficile cancellare completamente il lavoro svolto negli anni precedenti e la crescita mostrata dalla squadra durante le qualificazioni. Nel calcio moderno la memoria è corta e i risultati determinano ogni giudizio.

Per questo il tecnico italiano potrebbe presto voltare pagina e ripartire da un club, magari ancora in Turchia.

Prima, però, c’è un’ultima partita da giocare. Contro gli USA non basterà una vittoria a cambiare il destino della Turchia, ma potrebbe almeno evitare che questa spedizione venga ricordata soltanto come uno dei più grandi rimpianti della sua storia recente.

Perché i Mondiali passano, mentre le lezioni che lasciano dovrebbero restare.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – Sportpress24.com

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