Rocchi “figlio” di Gravina, il disastro annunciato che nessuno ha voluto fermare

Nel calcio italiano c’è un vizio antico: cambiare tutto per non cambiare niente. E quando la polvere diventa fango, si fa finta che sia pioggia. Oggi quel fango ha un nome che rimbalza ovunque: Gianluca Rocchi.

Ma il punto non è soltanto lui. Il punto è il sistema che lo ha voluto, difeso, mantenuto e di fatto, protetto.

Sia chiaro: il garantismo viene prima di tutto. Le indagini della Procura seguono il loro corso e nessuno può permettersi sentenze sommarie.

Ma il garantismo penale non può diventare l’alibi per evitare il giudizio sportivo, tecnico e politico su una gestione che, da anni, mostra crepe evidenti.

Perché il vero tema è questo: Rocchi doveva lasciare da tempo, molto prima di qualsiasi atto del PM

Doveva farlo per una questione di competenza, di autorevolezza, di credibilità progressivamente erosa. Non è stato un designatore all’altezza.

Non sul piano tecnico, non su quello organizzativo, non su quello comunicativo.

La gestione arbitrale degli ultimi anni è stata un susseguirsi di polemiche, errori, interpretazioni ondivaghe, protocolli applicati a giorni alterni.

Il Associazione Italiana Arbitri è passato dall’essere un punto di forza del sistema a diventare il bersaglio fisso di ogni weekend calcistico.

Quando un’intera categoria perde autorevolezza, la responsabilità è sempre di chi la guida

Il Video Assistant Referee, che doveva rappresentare la svolta epocale, è diventato il simbolo della confusione. Non uno strumento di chiarezza, ma un moltiplicatore di dubbi.

Linee guida che cambiano, episodi identici valutati in modo opposto, silenzi inspiegabili.

E poi la comunicazione. O meglio: la non comunicazione

Rocchi appariva in TV solo quando il clima era relativamente sereno. Interviste senza vero contraddittorio, passerelle istituzionali, mai una conferenza stampa vera, mai un confronto scomodo, mai la disponibilità a rispondere alle domande che tutti si facevano

Un capo degli arbitri non può scegliere quando parlare: deve parlare soprattutto quando le cose non funzionano.

Ma il problema non finisce qui. Perché Rocchi è stato, di fatto, tenuto lì. Difeso. Blindato.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità politica di Gabriele Gravina su Gianluca Rocchi. Il presidente federale che più di tutti avrebbe dovuto pretendere un cambio di rotta, un ricambio, un segnale.

Invece nulla. Immobilismo totale. Un sostegno continuo a una gestione che settimana dopo settimana mostrava limiti evidenti.

La Federazione Italiana Giuoco Calcio non può far finta di cadere dalle nuvole…Gravina sapeva

Perché questo stato di cose non nasce oggi. È il risultato di anni di tolleranza, di scelte mancate, di responsabilità mai assunte.

E allora la domanda diventa inevitabile: possibile che nessuno, nel Consiglio Federale, si sia accorto del disastro? Possibile che nessuno abbia sentito il dovere di dire “basta”? O forse, più semplicemente, questo andava bene così.

Quando un sistema protegge se stesso più di quanto protegga la propria credibilità, il problema non è il singolo uomo. È la struttura.

Oggi si parla di Rocchi. Domani si parlerà di altro. Ma finché non si avrà il coraggio di ammettere che la gestione arbitrale è stata fallimentare e che chi l’ha sostenuta politicamente ne è corresponsabile, nulla cambierà davvero.

Il calcio italiano non ha bisogno di capri espiatori. Ha bisogno di responsabilità. Vere. Tangibili. E, soprattutto, di teste che cadano per motivi sportivi prima ancora che giudiziari.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com 

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