Ieri sera, allo Stadio Artemio Franchi, la Lazio ha perso 1-0 contro la Fiorentina: un risultato figlio di un episodio, di un singolo stacco di testa di Robin Gosens su cross da destra che ha deciso la partita.
Biancocelesti dominanti in possesso palla, ma incapaci di trasformare il dominio in occasioni da gol vere e incisive, e questo la dice lunga sul perché questa stagione sia diventata un’insopportabile via crucis sportiva.
Maurizio Sarri ha provato a gettare acqua sul fuoco parlando di “gol fortuito” e di partita controllata, definendo poi la stagione “devastante” e lamentandosi degli infortuni e delle assenze.
Ma è qui che scatta la prima diffida verso il tecnico: nessun grande allenatore punta a giustificare un fallimento sistemico con gli infortuni. Al massimo li usa come scuse.
Le assenze possono essere reali, ma un progetto tecnico che si basa su alibi è un progetto che non ha gambe per camminare.
Il fallimento di un progetto tecnico: Sarri e il “Sarrismo senza gol”
La Lazio, nella sua costruzione di gioco, parla bene di sé. Ma, come ieri, quando arriva il momento di attaccare l’area, di pungere e far male, la squadra langue.
Il problema della manifesta carenza di un riferimento offensivo in area di rigore non è un dettaglio tattico saltuario: è un tema ricorrente di tutta la stagione.
I biancocelesti l’hanno mostrato partita dopo partita, non riuscendo quasi mai a rendere concreto il possesso palla in gol effettivi o occasioni serie.
Questo non è calcio bello o brutto: è calcio sterile, un palleggio fine a sé stesso che alla lunga traumatizza anche i tifosi più pazienti.
E la tifoseria, in realtà, non è mai stata tenera: negli ultimi mesi è emersa una polemica sempre più forte proprio sulla media punti stagionale e sull’efficacia del modulo di Sarri, con commenti sempre più aggressivi e perplessità su scelte tattiche e gestione delle partite.
Società, allenatore o giocatori? La catena delle responsabilità
In realtà, il fallimento non è imputabile solo a uno di questi attori: è un fallimento collettivo.
La società
La sensazione è che il club non abbia costruito una squadra all’altezza delle ambizioni dichiarate. Né rinforzi né idee chiare sul mercato estivo e invernale: la dirigenza ha lasciato Sarri con una rosa incompleta, fiacca in zona gol e senza alternative di peso.
È un errore grave per una squadra che ambisce a competere ad alti livelli. Si è messa muro contro muro con la tifoseria in un momento dove tutti dovevano remare in unico senso, ed invece si è fatto a gara a chi è più ‘grosso’, e la squadra ne ha risentito…pesantemente.
Maurizio Sarri
È pur vero che il tecnico ha portato una filosofia interessante, ma quando il gioco non produce risultati concreti, la colpa non può essere sempre degli episodi sfortunati o degli infortuni. Il suo catenaccio pro-posizionale, se non è supportato da aggressività offensiva, diventa sterility tattica.
I giocatori
E poi ci sono loro: una squadra che non ha saputo trovare continuità, che si è smarrita in campo più volte e non è riuscita a dare personalità nelle partite dove sulla carta potevano essere alla portata ed invece sono diventate mercè per l’avversario.
Quando la prossima Coppa Italia rappresenta quasi l’unico motivo per dare un senso alla stagione, significa che la classifica e il rendimento hanno già parlato chiaro.
Una stagione che rimane “dannata”
Definirla così non è un’esagerazione: una campagna di Serie A dove la Lazio non riesce a entrare in Europa, fatica contro avversari diretti e viene eliminata, mentalmente, ogni volta che serviva un passo decisivo, è una stagione che si può solo archiviare come deludente.
E se la Coppa Italia può ancora rappresentare una speranza per dare un senso a quanto visto finora, nessun tifoso potrà dimenticare come sia nata e continuata questa annata contornata da troppe delusioni.
La domanda vera, ora, non è tanto se la Lazio riuscirà a vincere “LA” partita decisiva… ma come e quando questa piazza esigente riuscirà finalmente a voltare pagina.
Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com