Gravina predica, il calcio paga: l’ultimo sermone di un presidente dimissionario che non molla la poltrona

C’è qualcosa di surreale nell’ennesimo documento firmato da Gabriele Gravina. Un’analisi lucida, dettagliata, perfino condivisibile in molti passaggi.

Peccato arrivi dopo il fallimento mondiale, dopo le dimissioni annunciate sotto pressione politica, e soprattutto mentre lo stesso autore lascia intendere di voler tornare a sedersi sulla poltrona di presidente della FIGC.

Gravina oggi descrive con chirurgica precisione un malato che lui stesso ha avuto in cura per anni. E mentre elenca sintomi, cause e terapie, evita accuratamente una parola: responsabilità.

Perché se è vero, come scrive, che la Serie A è tra i campionati più vecchi d’Europa, che gli stranieri occupano quasi il 68% dei minuti, che i settori giovanili sono trascurati, che gli stadi sono fermi al secolo scorso, che il sistema è economicamente insostenibile e che nessuno fa sistema, la domanda è una sola: chi ha governato il calcio italiano mentre tutto questo accadeva?

La risposta è semplice: lui.

Il capolavoro retorico: tutti colpevoli, nessun responsabile

Nel documento Gravina costruisce un capolavoro retorico: spiega che la Federazione, in fondo, ha poteri limitati. Che le Leghe sono autonome. Che i club fanno i club. Che la politica deve intervenire.

Che il calendario non dipende dalla FIGC.

Che i tesseramenti dipendono dalla Lega. Che gli stadi dipendono dai comuni. Che il sistema è bloccato dagli interessi.

Tradotto: la FIGC presiede, ma non incide.

E allora viene da chiedersi a cosa serva un presidente federale che, a sentir lui, non può intervenire su nulla di ciò che oggi viene indicato come causa del declino.

Per anni la Federazione ha avuto il compito di indirizzare, coordinare, imporre linee guida, guidare una visione. Non di limitarsi a redigere relazioni a posteriori spiegando perché le cose non funzionano.

La contraddizione più clamorosa: più stranieri, ma vuole il Decreto Crescita

Gravina denuncia l’eccesso di stranieri in Serie A. Poi, tra le soluzioni, propone il ripristino del Decreto Crescita per facilitare l’arrivo di calciatori dall’estero.

È una contraddizione che si commenta da sola.

Da una parte il problema sarebbero i pochi italiani e i giovani che non giocano. Dall’altra si chiede un vantaggio fiscale per continuare a rendere più conveniente comprare all’estero.

Non è una soluzione. È la prosecuzione del problema con un incentivo pubblico.

Il paradosso scommesse: prima il bene dei giovani, poi la pubblicità del betting

Altro passaggio delicatissimo: Gravina propone di abolire il divieto di pubblicità delle scommesse e di destinare una quota del gettito al calcio.

Prima si parla di tutela, di sostenibilità sociale, di settori giovanili. Poi si indica come leva economica proprio il mondo del betting, che negli ultimi anni ha generato scandali, squalifiche, dipendenze e un cortocircuito culturale devastante per i ragazzi.

Una toppa che rischia di essere peggiore del buco.

Gli stadi vecchi? Scoperto nel 2026

Il gap infrastrutturale viene descritto come un segnale di declino competitivo. Vero. Verissimo.

Ma gli stadi italiani non sono diventati vecchi l’anno scorso. Sono fermi da vent’anni. E in questi anni la FIGC non è stata un osservatore neutrale: è stata parte del sistema che non è riuscito a fare pressione politica sufficiente per cambiare le cose.

Scoprirlo oggi, dopo un’eliminazione mondiale, suona più come un alibi che come una presa di coscienza.

Il calendario intasato? Lo sapevano tutti, tranne chi doveva guidare

Gravina scrive che la Federazione non ha potere sul calendario. Formalmente vero. Politicamente inaccettabile.

Un presidente federale non è un notaio delle regole. È il garante dell’equilibrio del sistema. Se la Nazionale viene penalizzata dai calendari, il presidente federale deve essere il primo a sedersi ai tavoli e pretendere una soluzione, non limitarsi a spiegare perché non può farci nulla.

Il finale che suona come un comizio elettorale

Le parole finali sono un appello all’unità, al bene comune, al superamento degli interessi personali. Un discorso che suonerebbe nobile… se non fosse pronunciato da chi, dopo essersi dimesso, sta preparando il terreno per riproporsi.

E qui sta il punto politico della vicenda.

Questo documento non è un atto di responsabilità. È un manifesto elettorale.

È la narrazione di un presidente che prova a trasformarsi da parte del problema a unico interprete delle soluzioni.

La verità più scomoda

Molte delle analisi di Gravina sono corrette. Ma arrivano troppo tardi e dalla persona sbagliata.

Perché quando un sistema crolla sotto la tua gestione, non puoi presentarti come l’architetto della ricostruzione spiegando che le crepe c’erano già.

Il calcio italiano oggi non ha bisogno di un presidente che spieghi perché non aveva potere. Ha bisogno di qualcuno che dimostri di saperlo esercitare…

…e Gravina è arrivato troppo tardi, anche se adesso lasciare la poltrona gli pesa un Mond…iale.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com 

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