Ci vorrà più “spirito Gattusiano” del solito. Servirà carattere per non lasciarsi intimorire dall’atmosfera rovente dello stadio di Zenica, pronto a convogliare tutto l’orgoglio del popolo bosniaco.
E servirà anche qualcosa in più sul piano tecnico nella finale playoff contro la Bosnia di Edin Džeko.
Ma l’Italia ha il dovere di provarci: il pass per il Mondiale è alla sua portata e la semifinale vinta contro l’Irlanda del Nord ha rafforzato questa convinzione.
L’unico errore possibile sarebbe sottovalutare l’avversario. Ma le recenti delusioni degli azzurri sono state lezioni troppo dure perché si possa cadere ancora in questa trappola.
C’è molto di Gennaro Gattuso in questa mezza missione compiuta. In quasi sette mesi da commissario tecnico, Ringhio è riuscito a trasferire la sua mentalità alla squadra. E, allo stesso tempo, ha saputo mettere da parte alcune convinzioni iniziali, come l’avversione alla difesa a tre, adattando le proprie idee alle caratteristiche dei giocatori a disposizione.
Metà dell’opera è fatta, ora serve l’ultimo salto per non farsi sorprendere dall’esperienza del quarantenne Džeko e dalla freschezza dei giovani bosniaci che hanno eliminato il Galles.
Dalla serata di Bergamo contro l’Irlanda del Nord emergono indicazioni incoraggianti e qualche dettaglio da sistemare
Il pacchetto difensivo ha retto bene, soprattutto sulle palle inattive, unica vera arma dei nordirlandesi.
Il recupero di Alessandro Bastoni si è rivelato prezioso, pur con un fisiologico calo nel finale. Gianluca Mancini e Riccardo Calafiori hanno risposto presente.
Davanti, Moise Kean ha cambiato volto alla partita: dopo un primo tempo complicato dallo strapotere fisico avversario, nella ripresa è diventato un incubo per la difesa di O’Neill. In vista della finale, non è da escludere una riflessione su Francesco Pio Esposito titolare: ingresso vivace, qualità immediata, lotta su ogni pallone.
Mateo Retegui, invece, paga una condizione precaria dovuta allo stop del campionato arabo.
Da perfezionare la catena di sinistra, dove Federico Dimarco è stato cercato troppo poco, pur avendo creato una delle poche occasioni del primo tempo. Evidente il minore affiatamento con Calafiori rispetto all’intesa rodata con Bastoni.
Sulla destra, invece, l’asse formato da Mancini, Nicolò Barella e Matteo Politano ha prodotto di più, dopo un avvio in cui Barella e Sandro Tonali hanno dovuto trovare le giuste distanze, arrivando anche a scambiarsi posizione.
Ciò che ha convinto maggiormente, però, è stato l’atteggiamento. Prudente nel primo tempo, attento e concentrato per tutta la gara, salvo un piccolo malinteso tra Gianluigi Donnarumma e la difesa sull’1-0.
La sensazione è che Gattuso abbia centrato un obiettivo fondamentale: creare un gruppo vero. Collaborazione, sacrificio, disponibilità reciproca. Quando una squadra entra in campo con questo spirito, è difficile che faccia brutte figure.
Ora manca l’ultimo sforzo. La finale di Zenica sarà durissima, inutile illudersi su una possibile stanchezza degli avversari
Ma la semifinale è stata una scuola di sofferenza preziosa: ha insegnato che per tornare al Mondiale servono pazienza, attenzione e qualcosa in più del 100%.
Serve quel 101% che questi giocatori hanno nelle corde. Perché tanti ragazzini italiani meritano di tornare a tifare l’Italia in un Mondiale.
E, magari, di vedere una storia diversa da quella amarissima scritta nel 2018.
Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com