Articolo a cura di Graziano Montanaro – Sportpress24.com
Nel Bosco di Rogoredo, dove Milano mostra il suo volto più fragile, la morte di Abderrahim Mansouri non è rimasta un episodio confinato alle pagine di cronaca nera.
Nel giro di pochi giorni si è trasformata in un caso nazionale, capace di incrinare certezze, sollevare dubbi e costringere le istituzioni a guardarsi allo specchio.
Al centro della vicenda c’è l’assistente capo Carmelo Cinturrino, arrestato con l’accusa di aver ucciso il giovane marocchino e di aver manipolato la scena del crimine.
La prima versione fornita dall’agente sembrava ricalcare un copione già visto in un’area come Rogoredo, dove lo spaccio è radicato e gli interventi delle forze dell’ordine sono spesso ad alto rischio.
Cinturrino aveva raccontato di essersi trovato di fronte a un uomo armato, di aver visto una pistola puntata contro di lui e di aver sparato per difendersi.
Una dinamica che, almeno in apparenza, poteva sembrare plausibile
Ma le indagini hanno iniziato presto a incrinare quella narrazione.
Gli accertamenti scientifici hanno rivelato un dettaglio che ha cambiato il corso dell’inchiesta: sulla pistola ritrovata accanto al corpo c’era solo il DNA dell’agente. Nessuna traccia della vittima.
Un dato che ha aperto la strada all’ipotesi più inquietante: l’arma potrebbe essere stata collocata dopo lo sparo, per costruire una scena compatibile con la legittima difesa.
A quel punto, la versione iniziale non regge più
E lo stesso Cinturrino, secondo quanto emerge dagli atti, avrebbe ammesso di aver posizionato lui la pistola “per paura delle conseguenze”.
Intorno a questa ammissione si muove un quadro ancora più complesso. Quattro colleghi presenti sul posto risultano indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Le loro dichiarazioni non coincidono del tutto, alcuni passaggi sono omessi, altri corretti in corsa.
È in questo intreccio di silenzi, esitazioni e contraddizioni che la Procura sta cercando di capire cosa sia accaduto davvero in quei minuti concitati