Cosa sta succedendo in Arabia Saudita? L’illusione della scorciatoia nel Calcio

Fuga dall’Arabia, i campioni del calcio stanno lasciando la Saudi Pro League…

Per un attimo era sembrato diverso. Non l’ennesima bolla esotica pronta a scoppiare, non il solito “cimitero degli elefanti” dove parcheggiare campioni a fine carriera in cambio di contratti faraonici.

La Saudi Pro League si era presentata come un progetto alternativo e ambizioso, sorretto da un potere economico e politico senza precedenti, capace di attrarre stelle ancora centrali nel calcio mondiale e di sedurre persino la FIFA, con Gianni Infantino spesso in prima fila nel benedire l’operazione.

Oggi, però, l’immagine comincia a incrinarsi. E le crepe non sono più marginali

Il caso Cristiano Ronaldo rappresenta molto più di uno sfogo individuale. Quando il simbolo globale del progetto denuncia l’assenza di una reale crescita sportiva, la mancanza di investimenti coerenti e, fatto ancora più grave, i ritardi nei pagamenti, il problema diventa sistemico.

Non è solo l’Al Nassr a essere sotto accusa, ma l’intero modello di gestione centralizzata del calcio saudita.

Quello che doveva essere un ecosistema in espansione sta mostrando i limiti di una pianificazione sbilanciata sul breve periodo.

Le partenze eccellenti non sono più eccezioni, ma segnali convergenti: Jordan Henderson ha lasciato l’Al Ettifaq dopo appena sei mesi, aprendo una falla psicologica che ha reso legittimo ciò che prima sembrava impensabile.

Poi sono seguiti Fofana, Neymar, Talisca, Alex Telles, Rakitic, Jota, fino ai casi più recenti di João Cancelo e N’Golo Kanté.

Emblematico è il caso dell’Al Ittihad, campione in carica e oggi simbolo della confusione: Benzema passato ai rivali dell’Al Hilal, Kanté emigrato in Turchia, una rosa in progressivo smantellamento e un progetto tecnico che fatica a trovare stabilità.

Quando anche i club di vertice iniziano a perdere i loro uomini-simbolo, il messaggio è chiaro: la fiducia si sta erodendo.

Il nodo centrale resta il ruolo del Fondo Sovrano saudita

Il PIF sembra aver cambiato strategia, riducendo l’espansione indiscriminata e concentrando risorse su pochi asset ritenuti prioritari, con una visione sempre più legata alla vetrina politica del Mondiale 2034.

Ma il calcio, a differenza degli eventi, non si regge solo sulla potenza economica: ha bisogno di continuità, credibilità, regole chiare. Senza queste, anche i contratti più ricchi diventano fragili.

Nel frattempo, il contesto internazionale si è evoluto. La MLS cresce con maggiore sostenibilità, il campionato turco resta competitivo e appetibile, il Brasile continua a essere un polo centrale.

La Saudi Pro League rischia così di scivolare in una zona grigia: troppo ricca per essere ignorata, troppo instabile per essere considerata una vera alternativa ai grandi campionati.

Gianni Infantino aveva parlato di una lega “sulla strada per diventare una delle tre migliori al mondo”.

Oggi quella strada appare meno lineare del previsto. Il calcio saudita non è al collasso, ma ha smesso di correre.

E quando un progetto fondato sulla forza economica entra in modalità difensiva, il confine tra ridimensionamento e fallimento diventa pericolosamente sottile.

Il Mondiale del 2034 resta l’obiettivo finale

Ma se la lega domestica arriverà a quell’appuntamento indebolita e svuotata di contenuti, il rischio è che la grande vetrina globale finisca per illuminare tutte le contraddizioni di un’illusione costruita troppo in fretta.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com 

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