I Classici si Sportpress24 – Il vecchio e il mare

Per I Classici di Sportpress24 presentiamo “Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway.

Il vecchio e il mare, scritto nel 1951, da Ernest Hemingway, è un romanzo breve ma di grande fascino. il romanzo fu pubblicato sulla rivista Life nel 1952. Questo breve romanzo è l’ultima grande opera pubblicata in vita dallo scrittore statunitense. quest’opera fu premiata nel 1953 con il Premio Pulitzer.  Questo grande successo donò ad Hamingway il via per ii Premio Nobel per la letteratura nel 1954. Nelle motivazioni del comitato selezionatore del Premio Nobel è infatti citatl’opera “il vecchio e il mare 

Genesi e caratteristiche del libro

Al termine del secondo conflitto mondiale, Ernest Hemingway si stabilì a Cuba. Qui scrisse “il vecchio e il mare”, Libro che gli diede un’ulteriore popolarità mondiale vincendo i premi sopracitati. La trama del vecchio e il mare si ispira a “Moby Dick” di Herman Melville, contrariamente all’opera sulla balena bianca, il libro di Hamingway non è un racconto di morte, è sconfitta. Il tema centrale è infatti il legame profondo tra l’uomo e la natura. La sua preda non è un nemico da distruggere, ma un compagno al quale, durante il lungo inseguimento, il vecchio pescatore si rivolge con rispetto. 

La trama

La solitudine di Santiago

La storia si svolge a Cuba, in un piccolo villaggio di pescatori vicino all’Avana. Il protagonista è Santiago, un anziano pescatore che non riesce a prendere un pesce da ben ottantaquattro giorni. Questa terribile serie sfortunata gli è valsa l’appellativo di salao, la forma peggiore di sfortuna secondo i locali. Santiago è un uomo segnato dal tempo: ha la pelle bruciata dal sole, rughe profonde sulla nuca e cicatrici sulle mani, segni di una vita di fatiche in mare. Tuttavia, i suoi occhi sono rimasti del colore del mare, “allegri e indomiti”.

Accanto a lui c’è Manolin, un giovane che Santiago ha istruito fin da bambino. I genitori di Manolin, però, hanno costretto il figlio a lasciare la barca del vecchio per lavorare su imbarcazioni più fortunate. Nonostante ciò, il legame tra i due è indissolubile: Manolin si prende cura dell’anziano, gli porta il cibo e condivide con lui la passione per il baseball, in particolare l’ammirazione per “il grande Joe Di Maggio”. La sera dell’ottantaquattresimo giorno, Santiago confida al ragazzo che l’indomani si spingerà molto lontano nel mare, convinto che la sua fortuna stia per cambiare.

Il viaggio nell’oceano e l’abboccata

All’alba dell’ottantacinquesimo giorno, Santiago prende la sua piccola barca e rema nel buio, allontanandosi dalla costa molto più di quanto facciano di solito gli altri pescatori. Egli ama il mare, che chiama la mar al femminile, vedendolo come una forza che concede o nega grandi favori, a differenza dei pescatori più giovani che lo chiamano el mar al maschile, considerandolo un nemico o un avversario da sconfiggere. 

Mentre si trova in acque profonde, una delle sue lenze viene scossa con forza. Santiago capisce immediatamente, dalla profondità e dal modo in cui l’esca viene trascinata, di aver agganciato qualcosa di enorme. Si tratta di un Marlin, un gigantesco pesce spada. Inizia così una lotta estenuante. Il pesce è talmente potente che, invece di risalire in superficie, inizia a trascinare la barca verso il mare aperto. Santiago, solo e con la lenza che gli taglia la schiena e le mani, si ritrova bloccato in un duello che durerà tre giorni e due notti. 

La lotta tra due fratelli 

Durante il combattimento, Santiago prova un profondo rispetto per la sua preda. Lo chiama “fratello” e ne ammira la determinazione e la nobiltà. La sofferenza fisica del vecchio è immensa: soffre di crampi alle mani, la sete e la fame lo tormentano, e la stanchezza lo porta quasi al delirio. Per farsi forza, Santiago pensa a Joe Di Maggio, che gioca a baseball nonostante il dolore provocato da uno sperone calcaneare, e ricorda una sfida di braccio di ferro vinta in gioventù contro un fortissimo uomo di colore a Casablanca, un evento che gli era valso il titolo di “Campione”. 

Il secondo giorno, il pesce balza fuori dall’acqua per la prima volta, rivelando dimensioni spettacolari: è più lungo della barca stessa. Santiago è sbalordito ma non si arrende. La battaglia non è mossa dall’odio, ma da un codice d’onore: il pesce sta facendo ciò per cui è nato, e l’uomo sta facendo ciò per cui è nato. “Pesce,” dice Santiago, “ti voglio bene e ti rispetto molto. Ma ti ucciderò prima che faccia notte”. 

Il terzo giorno, il Marlin, ormai esausto quanto l’uomo, inizia a girare in tondo attorno alla barca. Nonostante i capogiri e la vista appannata, Santiago raccoglie le ultime energie e, quando il pesce gli passa vicino, lo trafigge con il fiocine. È la fine del duello: il Marlin muore e il suo sangue colora l’acqua.

Il ritorno e l’attacco degli squali 

Poiché il pesce è troppo grande per essere caricato a bordo, Santiago lo lega al fianco della barca e inizia il lungo viaggio di ritorno verso casa. È il momento del trionfo, ma dura poco. La scia di sangue lasciata dal Marlin attira i predatori. Il primo squalo a colpire è un grande Mako. Santiago riesce a ucciderlo con il fiocine, ma perde l’arma nel combattimento. 

Ne seguono altri: squali galanos (squali grigi) che arrivano a ondate. Santiago combatte con tutto ciò che ha: lega un coltello a un remo, poi usa un bastone, infine la barra del timone. Ma gli squali sono troppi. Strappano enormi pezzi di carne dal Marlin, mutilando quella che era stata una creatura magnifica. Santiago si sente quasi in colpa per aver ucciso il pesce e averlo trascinato in un luogo dove non poteva essere difeso. 

Quando finalmente entra nel porto durante la notte, del Marlin non resta che la testa, la coda e la spina dorsale nuda, un’enorme carcassa bianca che brilla nell’oscurità. Santiago è distrutto, convinto di essere stato sconfitto. 

Sconfitta o vittoria?

Il mattino seguente, i pescatori del villaggio si radunano attorno alla barca e restano ammutoliti davanti alle dimensioni dello scheletro del pesce, che misura quasi sei metri. Alcuni turisti, vedendo la carcassa, non comprendono cosa sia, scambiandola per uno squalo, a sottolineare l’incomunicabilità tra chi vive il dramma del mare e chi lo osserva solo dall’esterno. 

Manolin trova Santiago che dorme nella sua capanna, con le mani ancora ferite e sanguinanti. Il ragazzo piange di sollievo nel vederlo vivo e promette che torneranno a pescare insieme, perché ha ancora molto da imparare da lui. Santiago si addormenta di nuovo e sogna i leoni sulla spiaggia in Africa, un’immagine che lo accompagna fin dalla giovinezza e che simboleggia la forza, la libertà e la dignità immacolata. 

Il messaggio finale di Hemingway è racchiuso in una delle frasi più celebri del libro: “L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto, ma non sconfitto”. Santiago ha perso il pesce, ma ha vinto la sua battaglia interiore, dimostrando che il valore di un individuo risiede nel coraggio con cui affronta il proprio destino. 

Le frasi

“L’uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto.”

“Ora non è tempo per pensare a ciò che non hai. Pensa a quello che puoi fare con quello che c’è.”

“«La mia sveglia è l’età» disse il vecchio. «Perché i vecchi si svegliano così presto? Sarà perché la giornata duri più a lungo?»”

L’autore

Ernest Miller Hemingway nacque il 21 luglio 1899 a Oak Park, Illinois, e morì il 2 luglio 1961 a Ketchum, Idaho. La sua vita è stata un intreccio inestricabile tra realtà e mito, vissuta con un’intensità tale da rendere le sue opere quasi dei resoconti autobiografici di coraggio, sofferenza e stoicismo.

Gli Esordi e la Grande Guerra

Cresciuto in una sobborgo di Chicago, Hemingway rifiutò il percorso accademico tradizionale per dedicarsi al giornalismo, lavorando per il Kansas City Star. Qui apprese le regole auree della sua futura scrittura: frasi brevi, paragrafi concisi e un linguaggio vigoroso. Nel 1918, desideroso di partecipare alla Prima Guerra Mondiale, si arruolò come autista di ambulanze della Croce Rossa sul fronte italiano. Rimase gravemente ferito a Fossalta di Piave, un evento che segnò profondamente la sua psiche e che fornì il materiale per il suo celebre romanzo Addio alle armi.

Parigi e la “Generazione Perduta”

Negli anni ’20, Hemingway si stabilì a Parigi, diventando una figura centrale della cosiddetta “Generazione Perduta”, termine coniato da Gertrude Stein per descrivere gli artisti espatriati distrutti dal trauma bellico. In questo periodo frequentò giganti della letteratura come F. Scott Fitzgerald ed Ezra Pound. Nel 1926 pubblicò Il sole sorge ancora (Fiesta), che lo consacrò come la voce del disincanto giovanile dell’epoca.

Tra Avventura e Impegno Civile

La vita di Hemingway fu costellata di passioni viscerali: la caccia grossa in Africa, la pesca d’altura a Cuba e l’amore per la Spagna. La sua fascinazione per la corrida lo portò a scrivere Morte nel pomeriggio, mentre la sua partecipazione come corrispondente alla Guerra Civile Spagnola ispirò il monumentale Per chi suona la campana.

Il Nobel e il Declino

Dopo anni di successi e una vita trascorsa sotto i riflettori, Hemingway raggiunse l’apice della carriera nel 1952 con “Il vecchio e il mare”, una parabola sulla lotta dell’uomo contro il destino che gli valse il Premio Pulitzer e, l’anno successivo, il Premio Nobel per la Letteratura. Tuttavia, la gloria letteraria non riuscì a placare i suoi demoni interiori. Il declino fisico, aggravato da numerosi incidenti, e una grave forma di depressione lo portarono al suicidio nella sua casa nell’Idaho nell’estate del 1961.

La sua eredità rimane immensa: ha rivoluzionato lo stile della narrativa moderna con la sua “teoria dell’iceberg”, secondo cui la forza di una storia risiede in ciò che lo scrittore sceglie di non dire esplicitamente, lasciando che il lettore percepisca la profondità del sottotesto.

Articolo a cura di Massimiliano Vienna – sportpress24.com -foto da X e di Massimiliano Vienna

 

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