Gaza, il silenzio assordante: quando la guerra smette di fare notizia

È bastato cambiare pagina al calendario, per cambiare anche la narrativa mediatica. Gaza non fa più rumore. Eppure, la guerra continua. E con essa, il dramma umano, la distruzione, la fame, il lutto. Ma il mondo guarda altrove.

Dopo mesi in cui la Striscia occupava le aperture dei telegiornali e le prime pagine dei quotidiani, ora la crisi umanitaria più grave del Medio Oriente recente sembra essere scomparsa dal radar dell’informazione internazionale.

Non perché sia finita, ma perché è diventata “normale”. Una rimozione collettiva, alimentata da una logica mediatica che consuma e dimentica.

Le bombe continuano a cadere, gli ospedali restano al collasso, intere famiglie vivono sotto le macerie o nei rifugi di fortuna. Secondo gli ultimi dati (quando ancora trapelano), oltre 30.000 civili sono morti, la maggior parte donne e bambini.

Più di un milione di persone vive senza acqua potabile, elettricità, né medicine. Eppure, nulla. Solo silenzio.

I riflettori si sono spenti, lasciando spazio ad altri titoli, altre urgenze. Ma chi decide cosa è importante? Chi stabilisce che un bambino ferito a Gaza oggi valga meno di ieri?

Questo silenzio è complice. È la forma più subdola dell’indifferenza. Quando i media tacciono, chi ha il potere di agire si sente legittimato a proseguire indisturbato. È la storia che si ripete: dimenticare, per permettere che tutto resti com’è.

Ma non si può normalizzare l’orrore. Non si può accettare che un’intera popolazione venga stritolata sotto il peso di una guerra senza fine, senza più neanche il conforto di essere vista, ascoltata, riconosciuta.

Tornare a parlare di Gaza è un dovere. Non solo giornalistico, ma umano. Perché dietro ogni silenzio, c’è sempre una voce che implora: “Non dimenticateci”.

Articolo a cura di Stefano Ghezzi – SportPress24.com 

 

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