NCAA, sono arrivati i NIL: Svolta storica per i guadagni dei giocatori

Da giovedì 1 luglio è iniziata una vera e propria era nel college basket americano, in grado di rivoluzionare uno scoglio contro il quale da sempre impattavano gli interessi economici dei giocatori. Sono arrivati i NIL (Name, Image and Likeness), ovvero un insieme di norme che consentirà agli atleti universitari di detenere i propri diritti di immagine, potendo di fatto stipulare contratti pubblicitari, guadagnando direttamente dagli stessi.

I giocatori potranno così firmare contratti di sponsorizzazione legati alla propria immagine, gestendo il tutto personalmente, o con l’ausilio di un agente, senza che il passaggio di denaro avvenga attraverso il college o magari in maniera illecita come si è pensato in passato potesse esserci stato almeno il rischio.

Questa nuova concessione fatta agli studenti-atleti però, ha delle norme rigide da seguire e che per di più cambiano da stato in stato o da università ad università. Una delle regole introdotte infatti prevede che i contratti di sponsorizzazione siano rispettosi delle leggi dello stato in cui ci si trova ma anche dell’università di appartenenza, come ad esempio avvenuto nell’università privata di Provo (Utah), la Brigham Young University, che ha già fatto pervenire un’informativa ai propri studenti nella quale vieta espressamente di violare il codice interno del college, stipulando accordi magari con aziende di alcool, tabacco, scommesse, intrattenimento per adulti o caffè.

Neanche a dirlo, restano assolutamente vietate le situazioni di “pay for play”, ovvero le sponsorizzazioni dirette agli atleti con il fine di indirizzarne la scelta del college dove andare a giocare dall’high school o dove trasferircisi da un’altra università.

Come in ogni grande cambiamento le voci di tutto il pianeta NCAA si sono suddivise tra chi risultasse a favore e chi contro, adducendo motivazioni apparentemente valide in entrambi i casi. Tra i pro evidenziati con l’introduzione dei NIL è stata evidenziata la possibilità di apportare una maggior diffusione di una formazione culturale anche tra i giocatori delle famiglie più disagiate che, spinti dalla possibilità di poter guadagnare da subito, sarebbero più favorevoli ad accettare borse di studio di un college, e quindi a seguirne i corsi come da contratto, invece di provare subito il grande salto nelle leghe maggiori o, peggio ancora, perdersi in situazioni di vita decisamente più svantaggiate.

Tra chi invece ha evidenziato i contro di questa nuova era, sono gli ambienti legati alle università minori, preoccupati di essere sfavoriti nella corsa a giovani futuri talenti, sicuri del fatto che gli atleti siano più portati ad accettare borse di studio di università più prestigiose, anche per avere una maggiore visibilità in termini pubblicitari e quindi di guadagni personali sicuramente più elevati.

Ovviamente sarà solo il tempo a giudicare se questa rivoluzione all’interno del mondo NCAA porterà benefici oppure no, quel che è certo è che stavolta il cambiamento è epocale e quel che ci si augura, specie per i “romantici del gioco”, è solo che questo stravolgimento così importante non vada a minare in qualche modo quel concetto tanto caro agli americani del “Respect The Game”.

 

Foto in copertina da Web – Articolo a cura di Roberto Viarengo – SportPress24.com

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