ESCLUSIVA, “Ricordando mio Padre…” Federico Ianich racconta l’Armèri, l’Armadio!

Torna l’appuntamento con il calcio del passato. Tante emozioni e tante esperienze. Oggi è con noi Federico Ianich, figlio di un ex calciatore che purtroppo è venuto a mancare a 82 anni nel dicembre scorso. Un giocatore che ha fatto la storia, soprattutto quella del Bologna con cui è stato dal 1961 al 1972 e con cui ha vinto uno Scudetto, una Coppa Italia ed una Mitropa Cup. Veniva soprannominato l’armèri, in dialetto bolognese ‘l’armadio’, per la sua grandezza fisica, un difensore che era un grande ostacolo per gli attaccanti avversari. Parliamo di Francesco Ianich, ed oggi con la serie “Ricordando mio Padre… Franco Janich”, Federico ci racconterà suo padre sì da calciatore, ma anche da uomo :

Oggi ricordiamo un grande del mondo del calcio, Francesco Ianich, conosciuto con il nome di Franco. Abbiamo qui il figlio Federico. Benvenuto!

“Grazie a voi! Vi ringrazio dell’opportunità di parlare di papà non dal punto di vista calcistico ma dal punto di vista di uomo”.

La storia di tuo papà dimostra che è stato veramente una grande persona, un grande calciatore.

“Devo essere sincero? Si. Anche perché come ha finito di fare calciatore, incominciò la sua carriera da direttore sportivo, e subito in una squadra di Serie A. Ferlaino era il presidente del Napoli e gli ha dato l’opportunità di diventare direttore sportivo. E questo soprattutto per i suoi meriti umani e professionali”.

Lui ha giocato dal 1956 al 1958 all’Atalanta, dal 1958 al 1961 nella Lazio e poi c’è stato exploit: dal 1961 al 1972 nel Bologna. Lui aveva un soprannome…

“Dai tifosi era chiamato ‘l’Armèri’, era abbastanza grosso ed aveva delle “ante” notevoli. Quello era il soprannome anche quando c’è stato il ricordo al campo del Bologna, nella partita tra Bologna e Milan, c’era uno striscione bellissimo in curva che diceva: “Grazie Armèri”, e lo hanno ricordato così quelli della Curva Costa”.

Aveva un attaccamento al Bologna, ma anche dei tifosi e della stampa, dato che ne parlavano tutti bene di lui.

“Aveva un rapporto molto sincero con i giornalisti, quindi era un dare ed un avere, lui non era una primadonna nonostante avesse tutte le capacità per esserlo, ma era un ‘uomo del pallone’, quindi trattava tutti nello stesso modo. Giustamente diceva che era un privilegiato, perché faceva la cosa che avrebbe voluto sempre fare. E con i giornalisti aveva un ottimo rapporto, mi ricordo che a volte anche prima delle partite, a pranzo la domenica, i giornalisti venivano a casa a mangiare, erano altri tipi di persone…”

Erano altri tempi… A casa Franco che papà era?

“Metteva sempre la mano sulla testa, quindi era un papà che ti seguiva spesso anche non era presente. Pretendeva molta educazione, molto rispetto e l’impegno sempre. Però ti dava tutto, ti dava l’anima, non si tirava mai indietro né per i figli né per la famiglia. E’ sempre stato con noi, io mi son fatto tutti i ritiri quando faceva il direttore sportivo. Era una persona speciale, non perché era mio padre, ma perché lo testimoniano anche tutte le persone con cui ho cercato nuovi contatti per sapere un po’ di “chicche” che mi fanno piacere, notizie di persone che conosceva”.

Come sai noi collaboriamo nel gruppo Facebook “Quando i calciatori avevano facce da calciatori”, che in pochi mesi, da poco prima del lockdown ad oggi ha avuto un exploit incredibile. Sono più di 8000 persone presenti, dove ci sono molti ex giocatori e i loro parenti, i figli, i nipoti… Ed è bello vedere l’amore che i familiari hanno nei confronti di questi personaggi. Tanti sono nonni, si godono i propri nipoti e la propria famiglia, purtroppo tanti non ci sono più… La domanda che voglio farti è: che cosa può portare il fatto che questi ex giocatori stanno insegnando ai ragazzi di oggi un domani saranno i futuri calciatori del calcio italiano?

“Io spero che possano insegnare tutta la loro esperienza. Anche perché vedo che nel calcio attuale c’è più business che cuore. I calciatori di una volta non erano questo, parlo anche degli anni ’80, anni ’90, perché sono rimasto anche molto affezionato ai giocatori del Bari, quando papà fece il direttore sportivo. Erano uomini diversi da adesso: si fermavano a parlare con i tifosi, diciamo che non c’era quella barriera che esiste adesso. Spero che parecchi degli ex calciatori stiano insegnando quello che era il calcio di una volta, anche se la Federazione non aiuta in tutto questo, dal mio punto di vista…”

Che cosa si potrebbe fare di più per, come hai detto, aumentare un po’ questo discorso?

“Io direi soprattutto prender allenatori degni. Non lasciare i ragazzi che sono delle spugne, che assorbono tutto, gli devi insegnare cos’è il calcio che ti insegna anche la vita. Se non farai il calciatore, il calcio ti insegna a perdere, a trovare soluzioni nella vita. Oggi insegnano solo che c’è la vittoria e basta. Non c’è più fantasia: lo schema a 10 anni, a 7 anni… devi anche lasciare il bambino divertirsi”.

Qualche giorno fa, nel periodo della finale di Champions League, abbiamo intervistato un altro grande ex calciatore, Ivano Bordon e lui ci ha detto una cosa molto interessante: “Oggi i ragazzi non sanno perdere”. Questo fa pensare un po’, come hai detto tu nel mondo del calcio devi saper vincere, devi saper pareggiare, devi saper perdere, devi ammettere le sconfitte, anche perché poi dalle sconfitte c’è la crescita che ti possa far maturare. Questo purtroppo oggi non c’è.

“Io dico che parecchio dipende anche dai genitori. Sicuramente avrà delle colpe anche l’allenatore, ma la colpa principale è quella in famiglia. Io purtroppo con mio figlio sono molto duro, se vedo che sbaglia gli dico perché ha sbagliato. La mia esperienza, più o meno da quando sono nato sono stato nel mondo del calcio. Devi essere bravo a capire quali sono i suoi difetti e i suoi pregi, però di difetti ce ne sono tanti attualmente nei ragazzi odierni”.

Dato che l’hai menzionato, ci fa piacere sapere tuo figlio che cosa fa?

“Francesco ha lo stesso nome e cognome del nonno ed ha lo stesso ruolo. Ha 16 anni e gioca nella Cynthia Genzano. Deve fare un percorso lento, è bravo, è alto, però preferisco che cresca piano piano. Perché vedo che tutti quelli che passano ad un livello superiore poi si spengono. Invece bisogna fare le scale una alla volta, piano piano, se fai più scale insieme poi arrivi affaticato”.

Comunque sia già gioca in una piazza che si trova nei Castelli Romani, una piazza importante. La squadra di Genzano in che categoria gioca in questo momento?

“Adesso si è unito con l’Albalonga e sono in Serie D, ma la Cynthia ha 100 anni di storia, quindi forse è una delle prime realtà importanti dei Castelli Romani. Poi noi abitiamo qui in zona quindi non ci possiamo”.

Questa è una cosa interessante, perchè stai dando un segnale importante ai ragazzi di oggi proprio per contrastare questa mentalità che purtroppo c’è, cioè che l’importante è vincere, l’importante è guadagnare. Non è così, perché poi il calcio lo sappiamo tutti com’è, arrivato ad un certo punto, per forza di cose, bisogna cambiare completamente stile di vita. E’ un conto se si è Messi o Ronaldo che campi di rendita con tutto quello che hai accumulato nel corso della vita, ma siccome non si può sapere, l’esperienza che uno si fa prima, durante e dopo il calcio sicuramente può portare anche qualcos’altro nella vita…

“Esattamente, la realtà è quella… La maggior parte però non va in Serie A, oggi vedevo un film: “La Partita” del 2020, ed uno su 5000 riesce ad andare in Serie A. La cosa bella sarebbe riportare veramente entusiasmo nelle scuole calcio. Riportare il calcio nelle scuole calcio. Non portare i conetti… i birilli… Bisogna portare il pallone, un pallone a testa ai ragazzi. Quello serve… e poi sarebbe meglio giocare a porte chiuse, senza giocatori”.

Perché dici questo?

“Perché uno che sta fuori pensa che i bambini non sentano niente, invece loro sentono e vedono tutto e si tengono dentro. Perché ci sono bambini più sensibili, meno sensibili, però tutti riportano quello che sentono fuori, e quello non è piacevole. Il calcio è gioia. Come diceva mio padre, ultimamente sembra che vanno a lavorare, quando si va sul campo è la cosa più bella se ad uno piace il calcio, non è un lavoro ma un divertimento. Tutte quelle facce serie… cacchio! Stai facendo la cosa più bella che c’è. Io sogno ancora di giocare ed ho 54 anni perché è proprio una passione. Bisogna portare il sorriso sul campo, poi certo, quando inizia la partita, tu sei l’avversario, però quello è professionismo. Però nei ragazzini non è così, devi portare gioia e divertimento. Per me non c’è più, almeno per quello che vedo fino ad adesso, poi può essere che non ho visto tutto, però sicuramente una buona parte è così”.

Certo, comunque sia nel tuo ambiente vivi una realtà che probabilmente non tutti, neanche la stampa, riesce a vedere. Perché le piccole realtà le possono raccontare chi le vive, e purtroppo noi stando da fuori non le sappiamo. Tornando a papà, voi andavate a vedere i suoi allenamenti, qual era lo spirito che c’era?

“Erano molto simpatici, quindi lavoravano però divertendosi. E’ quello che dicevo prima, anche ad una certa età puoi lavorare divertendoti, fai lo sforzo e magari è anche più divertente. Perché se sei triste e ti alleni forse fatichi il doppio, ma se c’è qualcuno simpatico che magari era papà, come Giacomo Bulgarelli o altri giocatori, ti passa più velocemente il tempo. Se per esempio fai un’ora dal dentista, non ti passa mai, mentre se fai un’ora di partitella con amici simpatici vorresti fare 3 ore di partitelle”.

Questo è veramente bello, perché ti fa capire la differenza del calcio di un tempo con il calcio di oggi…

“Anche voi giornalisti, trovate più spazio per parlare con un direttore sportivo, con un direttore generale, con un presidente? Prima non era così, prima andavi lì e il presidente i faceva 5 minuti con un giornalista, poi con un altro. Adesso sembra che devi scaricare l’applicazione, prendere appuntamento, aspettare… mi sembra completamente cambiato, eppure i tifosi sono sempre gli stessi, sempre passionali”.

Questo dipende anche dall’ambiente, dalla zona. Perché comunque sia anche se stiamo nello stesso Paese cioè l’Italia, ogni regione, ogni città è a sé… Per esempio a Roma c’è una realtà incredibile perché si parla di calcio h24, ci sono talmente tante radio e tv a Roma che parlano di calcio, che tutta l’Italia non  fa le radio e le tv che sono qui a Roma.

“E’ vero. Poi se avessero più forza le squadre romane, forse ci sarebbe più forza anche per le radio romane”.

Dato che abbiamo menzionato questo, noi viviamo una realtà un po’ particolare. Stiamo vivendo e abbiamo vissuto un periodo, di questo lockdown, con la sospensione e la ripresa del campionato che poi si è conclusa con la vittoria della Juventus, la vittoria del Bayern Monaco in Champions League, l’Inter in Finale di Europa League. Adesso, a poco più di una settimana riprende il campionato e riprende, purtroppo, senza tifosi. Quanto può incidere secondo te, questo, sull’atmosfera a parte della partita, ma anche dell’animo dei giocatori stessi?

“Solitamente ci sono dei giocatori che vengono anche influenzati dal pubblico, sia negativamente che positivamente. C’erano parecchi che avevano problematiche, e chi era più avvantaggiato. Però il calcio è vedere il tifoso, vedere i cori dei tifosi. Sentire gioire o anche non gioire i tifosi. Ma il pubblico manca, per me manca.  E’ una parte importante, una volta veniva chiamato il 12esimo giocatore, in alcuni campi”.

 

Infatti tutti quanti si augurano che il tifoso possa tornare presto sugli spalti, e proprio per questo la Uefa ha deciso che il 24 settembre, che ci sarà la sfida di finale di Supercoppa Europea tra Siviglia e Bayern Monaco, ci sarà una parte di tifoserie allo stadio di Budapest, per fare una prova…

“Era ora! Speriamo bene e che vada tutto per il meglio”.

Federico,  Ti auguriamo il meglio per te e per tuo figlio Francesco, per il lavoro che stai facendo con lui sia da genitore che da mental coach in questo caso.

“Spero di fare un ottimo lavoro. Ho l’esperienza di papà che mi ha dato tanti consigli. Non cerco di elargirli perché in questo calcio servono di più altre persone… A me mancano tanto gli allenatori che c’erano una volta per esempio nella Roma, gente sanguigna, che ti diceva una cosa in faccia senza tanti giri di parole… mi mancia quel calcio”.

Pensi che ritornerà prima o poi questo atteggiamento?

“Non sono sicuro perché ci sono troppe persone che vogliono guadagnare soldi nel calcio. Ripeto che il calcio per me è passione. Certo, se fai un lavoro devi guadagnare pure, però non è che si entra nel calcio per fare solo soldi. Così rovini il calcio, rovini il giocattolo bellissimo con cui quasi tutti i bambini vogliono giocare. Per fortuna ci sono altri molti sport, però io sono rimasto al calcio ’60, ’70, ’80 e ’90…”

Il calcio sentimentale…

“Si, il calcio dove ti facevi le trasferte con gli amici in macchina… Era un’altra cosa”.

 

L’intervista VIDEO potete seguirla qui 

 

A cura di Stefano Ghezzi – Davide Teta

 

 

 

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