ESCLUSIVA, Ricky Albertosi racconta Zoff, Riva e Pelè. “Il portiere migliore oggi? Donnarumma, ma troppi soldi. Lo scudetto? Dico Juve, ma attenzione a questa bellissima Lazio”

Il Calcio di altri tempi, è un calcio che ha fatto la storia. I giovani di oggi che seguono questo sport, che è il più bello al mondo possono apprezzare il presente, conoscendo il passato. Grandi nomi del nostro calcio e non solo Italiano, possono davvero insegnare tante cose.

Oggi siamo andati a conoscere un grandissimo giocatore, un portiere. Il portiere della Nazionale Italiana vincitore dell’Oro agli Europei del 1968 e vicecampione ai Mondiali del 1970. Una gazzella in porta, sempre fuori dai pali. Un uomo che ha vissuto completamente la sua vita, chiedendo e avendo tutto (532 in serie A), tante le rivalità accese. Estroverso e spregiudicato, ha vissuto a mille all’ora. Di chi parliamo? Di Enrico Albertosi detto Ricky. Oggi 81 anni, è un piacere ascoltare la sua voce, i suoi racconti pieni di vita, di emozione di storia.

Mi ricorda mio nonno e non nascondo di essermi commosso mentre ascoltavo i suoi racconti e spaccati di vita.

Sono sicuro che emozionerà anche voi, Buona lettura :

Dott. Albertosi, a che età a cominciato a giocare?

“Ho iniziato a giocare a 10 anni-11 anni, giocavo a Pontremoli, al mio paese, in una squadra di un frate. All’oratorio era stata creata questa squadra e andavamo a giocare nella provincia senza niente in palio… Poi però a 14 anni sono entrato nella Pontremolese come portiere di riserva e a Pontremoli all’ora prendevano dei giocatori che venivano da La spezia, erano marinai che venivano a giocare la domenica e tornavano via. A 15 anni praticamente il portiere titolare si è dovuto imbarcare ed ho iniziato a giocare io in prima categoria, io avevo 15 anni con gente che ne aveva 30, 35, 40, per cui la mia prima partita in esordio ho preso 4 gol e abbiamo perso 4 a zero! Poi ho finito il campionato con delle buone prestazioni tra l’altro. Infatti, l’anno dopo sono andato a giocare a La Spezia, in serie c, avevo 16 anni, anche li sono partito riserva, poi il portiere titolare era stato squalificato ed ho giocato io. E quell’anno lì ho continuato a giocare fino quasi alla fine del campionato, che abbiamo vinto, siamo diventati campioni italiani… eravamo 3 gironi all’ora nell’interregionale e la nostra squadra (La Spezia) ha vinto il nostro girone, Mantova nell’altro girone, e Cosenza nel 3° girone. Dovevamo incontrarci tutti e 3 per capire chi era la squadra più forte il vincitore del campionato italiano. Alla fine siamo arrivati tutti a pari punti, per cui siamo diventati tutti campioni italiani!”

Lei è stato 10 anni a Firenze, che sicuramente è la sua squadra del cuore, ha cambiato pochi club nella vita nonostante le molte richieste. Su questa cosa, ha qualche rimpianto in particolare?

“No, di come è andata assolutamente no, perché quando c’è stato il mio trasferimento a Cagliari pensavo di andare all’Inter, perché mi avevano chiamato da Lodi dicendomi che avevano già fatto tutto con la società e io sarei andato all’Inter nel campionato 1968/1969. Invece quando mi ha chiamato il presidente mi ha detto che mi aveva ceduto al Cagliari, il primo istinto è stato “no a Cagliari non ci vado!”, poi chiaramente o andavi o ti facevano smettere di giocare perché non potevi rifiutare, sono andato e sono stato lì, siamo arrivati secondi, l’anno dopo abbiamo vinto il campionato, cosa che non succederà mai più nella vita che un squadra possa vincere un campionato su un’isola, lo avremo sicuramente vinto anche l’anno successivo senza l’infortunio di Riva, perché eravamo già 5 punti di vantaggio sulla seconda squadra dopo 6-7 partite, poi però si è fatto male Riva e piano piano la squadra ha mollato e siamo arrivati quinti/sesti. A Cagliari ho avuto veramente una bella storia, eravamo un gruppo formidabile. Ancora oggi ci vediamo con quei ragazzi: Tomasini, Greatti, Brugnera”

Nel 1968, lei ha preso l’oro agli Europei e nel 1970 l’argento in Messico ai Mondiali. Che differenza nota lei tra la Nazionale di allora e quella di adesso?

“Secondo me, la Nazionale di allora giocava molto meglio a calcio della Nazionale di adesso, a parte che ora è un altro calcio in confronto al nostro. Noi probabilmente non dico che “osavamo” di più ma giocavamo in un modo diverso, non c’erano i “passaggini” che ci sono oggi tra i difensori che si passano la palla 4-5 volte. Oggi è un calcio forse più atletico, il nostro era più tecnico, giocavamo meglio e giocavamo sempre in avanti, mai indietro, difficilmente un centrocampista o un difensore passava la palla all’altro difensore: si giocava sempre in avanti.”

Proprio sulla falsa riga di questo, secondo lei, cosa manca oggi al calcio moderno?

“Non ti saprei dire cosa manca al calcio moderno perché probabilmente è mancato qualcosa anche a noi. Perché ci sono delle buonissime squadre, ci sono dei buoni giocatori, è un calcio abbastanza spettacolare. Però tante volte vedi delle partite dove ti annoi, invece quando giocavamo noi difficilmente ci si annoiava vedendo una partita.

Qualcuno lo ha definito “il papà dei portieri”, lei addirittura è riuscito a soffiare il posto a Zoff nel 1970 durante il campionato del mondo…che rapporti ha lei oggi con Zoff?

“Diciamo che quando giocavamo ho avuto un po’ di problemi con lui! (ride) Poi però una volta finito tutti e due di giocare ci siamo rivisti. Lui ha continuato a fare l’allenatore, io abitavo a Cremona, per cui quando è venuto a giocare a Parma e io sono andato a vedere la partita… ci siamo salutati e abbracciati, altre volte ci siamo trovati in qualche albergo e anche lì ci siamo abbracciati, salutati, abbiamo fatto due chiacchiere. Non lo sento per telefono, però quando ci incontriamo ci salutiamo volentieri.”

Un’altra domanda sempre sulla sua storia… lei è secondo dietro a Buffon con 4 mondiali disputati, oggi Buffon non difende più la porta italiana ma c’è Donnarumma… secondo lei è un portiere dove l’Italia può fare affidamento? Potrebbe essere l’erede nel vostro ruolo?

“Io credo di sì, Donnarumma lo sta dimostrando in questi due campionati che ha fatto con il Milan, era giovane, è un giovane che deve ancora migliorare ed ha delle possibilità ancora di migliorare.”

Due anni fa lei è stato premiato a Firenze con il riconoscimento dell’Hall of Fame Viola, è nell’albo di una rappresentanza di persona importante. Che ricordo ha lei dell’”epoca viola” quando lei giocava, della città di Firenze…

“Ho iniziato lì a giocare per cui quando mi son trasferito da La Spezia a Firenze e sono entrato praticamente nel mondo del calcio e mi sembrava di “toccare il cielo con un dito”.  Anche lì sono partito come riserva, il portiere titolare era Sarti, poi ha  avuto un infortunio e io ho esordito nel gennaio del 59 a Livorno contro la Roma, ho giocato benissimo, ho continuato a giocare  la domenica successiva in casa con il Napoli e abbiamo vinto 4-1, con la Roma avevamo fatto 0-0, una Roma dove c’era Selmosson, Ghiggia, Losi, Panetti il portiere, era una grande squadra all’ora, ma d’altronde anche la Fiorentina era una grande squadra, io ho giocato insieme a Chiappella, Orzan, Segato, Montuori, Castelletti, Robotti… avevamo veramente una buona squadra e io ero il più giovane e praticamente tutti mi facevano da chioccia, e io sgambettavo da una parte all’altra : ”prendimi la valigia!”, “vammi a prendere le sigarette!” allora era così, il giovane doveva sottostare a quello che gli diceva un vecchio, oggi sicuramente non è più così, oggi arrivano allo stadio e trovano tutto l’armadietto con tutta la roba, trovano tutto pronto. Una volta invece noi dovevamo prepararci la valigia, farla, portarla, e dovevamo praticamente farci tutto da soli, i tacchetti se quando pioveva dovevi scambiarteli, magari te lo faceva il magazziniere, ma in trasferta non veniva e dovevi farteli da solo, diciamo che il nostro era un calcio più rudimentale.”

 

Lei poteva giocare in squadra con Pelè…

“Si è vero, ma ci ho giocato contro 4-5 volte e tutte le volte mi ha fatto gol! Per me è il più grande giocatore del mondo, non c’è paragone, né con Maradona né con Messi né con Ronaldo, io credo che Pelè sia un giocatore irraggiungibile. Era uno “alla mano”, era uno che dava relazione a tutti, non era montato per come era lui… Lui avrebbe potuto permettersi di mandare via uno che gli credeva l’autografo, invece lui parlava con tutti, gli piaceva stare in compagnia. Mi ricordo quando abbiamo fatto il campionato del Mondo “La coppa Pelè” in Brasile, vecchie glorie, eravamo tutti nello stesso albergo e per cui eravamo insieme tutti e con lui si andava a notte, perché parlavi, ridevi, scherzavi, non era magari come altri giocatori che non ti davano peso, invece con lui andava bene quello che facevi o dicevi.”

Per ritornare ai nostri giorni, adesso in classifica in questo campionato un po’ particolare, troviamo la Juventus e la Lazio a distanza di 1 punto, secondo lei chi può vincere lo scudetto?

“Io credo che la Juventus abbia un po’ di vantaggio perché c’è il confronto diretto in casa. Però ora col fatto del virus che se si riprende si giocherà a porte chiuse, diciamo che il vantaggio diminuisce un pochino: giocare a Torino con lo stadio pieno è diverso che giocare senza pubblico, per cui io credo che la Lazio darà del filo da torcere fino alla fine. E’ una bellissima realtà creata da Inzaghi,  però la Juventus è più strutturata secondo me.”

Secondo lei oggi, manca attenzione al reparto difensivo da parte dei club per esempio per utilizzare i nostri giovani invece di andare a prendere sempre portieri stranieri? Manca sotto questo aspetto?

“Sotto questo aspetto manca sicuramente, ci sono poche società che lanciano i giovani, poi quando li lanciano si accorgono che sono meglio degli stranieri che comprano. Ci vuole probabilmente più coraggio perché ci sono tanti giocatori nel settore giovanile che possono stare all’altezza degli stranieri che le società vanno a comperare all’estero e poi magari giocano 1-2 partite perché non riescono ad inserirsi nel nostro campionato”

Qual è il suo hobby?

“Il mio hobby? Ora ne ho pochi di hobby purtroppo. Prima di avere l’infarto che ho avuto mi piacevano i cavalli, ho preso il patentino da giornalista e facevo il campionato italiano giornalisti di Trotto, mi divertivo, mi piaceva e poi purtroppo ho avuto l’infarto ed ho dovuto smettere, ed ora gioco a burraco. Si passa il tempo e ci si diverte.”

Che appello vorrebbe fare oggi, vista la situazione che stiamo vivendo in generale, ai nostri giovani? Al suo tempo per esempio, come ha detto prima lei, erano abituati sempre a fare un lavoro di qualsiasi cosa sia, oggi i nostri giovani hanno tutto un po’ “apparecchiato” già.

“Dovrebbero avere più ‘palle’ nel senso farsi rispettare un po’ di più, o meglio avere più voglia di arrivare, probabilmente molti giovani che sono nella rosa della prima squadra magari non hanno la voglia di sfondare, di arrivare, si accontentano magari di rimanere dove sono, invece devi avere sempre la volontà di arrivare più in alto possibile, io credo che a qualche giovane, non a tutti, questa voglia manca.”

Lei adesso ha una bellissima e numerosa famiglia, da un po’ di tempo a questa parte però, fa parte di un’altra famiglia. Un gruppo che è stato creato su Facebook “Quando i calciatori avevano facce da calciatori”… come ci è capitato Albertosi in un gruppo su Facebook?

“Ci sono capitato perché ho un figlio che è tifosissimo ed è lui che mi cura tutte le cose tecnologiche dato che io non sono un tecnologico.”

Pertanto glielo ha detto lui di entrare in questo gruppo

“Si me lo ha detto lui. Poi ci sono tanti amici che conosco e cui sono legato.”

Nel Gruppo ci sono nuovi amici ed ex colleghi che le vogliono bene come Enzo Galano e Giorgio Biasiolo

Si li ringrazio di cuore. E’ veramente una bella esperienza, e anche nuova per me”

E’ veramente una bella cosa, perché il gruppo ha molti ex-calciatori, ma più che altro è bello lo spirito che voi trasmettete, perché la vostra storia naturalmente è il nostro presente e anche il futuro perché comunque ci avete trasmesso, ci avete insegnato un qualcosa che oggi il calcio moderno purtroppo non sta insegnando per via di quello che anche lei ha detto.

“Avevamo più fame noi una volta, forse. Oggi invece uno discreto, prendiamo Donnarumma, fa un mezzo campionato l’anno prima e l’anno dopo fa un contratto di 3-4 anni a 6 milioni di euro all’anno, è chiaro che ti senti tranquillo, ti senti che sei arrivato, mentre una volta noi facevamo il contratto anno per anno e se giocavi bene, l’anno dopo ti aumentavano di qualcosa e se giocavi “così e così” ti diminuivano. Non è come adesso.

Intervista Esclusiva a cura di Stefano Ghezzi – Davide Teta e Jacopo Fazi

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