ESCLUSIVA, Giampiero Ceccarelli: “Ricordare il passato è indispensabile per capire cos’è il calcio”

Secondo appuntamento del nostro itinerario, volto a ricordare il calcio che era: oggi, ai nostri microfoni, abbiamo avuto la fortuna di ascoltare le parole di un altro importante atleta del passato: Giampiero Ceccarelli. Un giocatore che ha dedicato la sua intera carriera ai colori bianconeri del Cesena, giocando con la stessa casacca per circa vent’anni. Andando inoltre a raggiungere obbiettivi storici, come la qualificazione alla Coppa Uefa del Cesena, nella stagione 75/76.

Una vita in bianconero

Lei è stato un giocatore d’altri tempi, tempi senza dubbio diversi sotto ogni punto di vista rispetto a quelli contemporanei. Ma quali sono i suoi ricordi di quei periodi, di quel calcio, della sua storia da giocatore?

I tempi sono diversi, ma il calcio è sempre quello. Io da ragazzino, quando avevo otto o nove anni, iniziai a divertirmi nei pulcini, facendo poi tutte le categorie che precedevano la prima squadra. Ho bei ricordi di quel periodo perché non c’era la pressione che c’è adesso. I miei genitori erano ambulanti e il fatto che mi sapevano nell’antistadio che giocavo, per loro era sinonimo di sicurezza. Non ho mai visto mio babbo, tantomeno mia mamma, venirmi a vedere agli allenamenti o alle partite della domenica: a quei tempi avevano ben altro da fare a casa, dopo una settimana di lavoro.

Poi arrivò il calcio, quello della serie C di allora, che era meno complicato di quello odierno: fatto di corsa e meno tatticismi, si basava più sulle individualità di qualcuno che potesse fare la differenza nel proprio ruolo. Io saltai la Berretti (l’odierna Primavera), e passai direttamente in prima squadra a 19 anni. L’anno successivo divenni titolare come mediano e vincemmo il campionato andando in serie B, ci rimanemmo per 3 anni con l’imperativo della salvezza.

Nel quarto anno arrivò Gigi Radice, l’allenatore che cambiò letteralmente il calcio giocato. All’inizio non furono tutte rose e fiori, perché all’interno della squadra c’erano delle “primedonne” che cominciarono ad assaporare la panchina. Coerente con le sue idee, l’allenatore preferiva far giocare giovani pimpanti che si allenavano bene durante la settimana e che dimostravano la voglia di emergere da protagonisti in questo nuovo progetto.
Radice, al ritorno dalla preparazione precampionato, mi prese da parte e mi disse: “Tu sarai il mio Capitano”. Io obbiettai che non ero il più anziano ( allora il capitano lo faceva il giocatore con più esperienza), ma lui ribadì che da quel momento sarebbe stato il mio ruolo.
Il primo Campionato (1971/72) arrivammo a ridosso delle prime tre,  facendo un ottima stagione. Nel secondo il sogno si avvera: ci trovammo in serie A insieme a Genoa e Foggia. Ci tengo a ricordare questo periodo perché fù in quel momento che nacque il Cesena calcio, per la gioia di un’intera città non ancora capoluogo di provincia. “

Come vive oggi, invece, la sua vita da appassionato e da tifoso, dopo una carriera simile?

Per me aver fatto parte di quella squadra, che rappresentava tutta la città e la Romagna, era un motivo di orgoglio, tant’è che ho rifiutato di andare in squadre più blasonate per diverse volte. L’ultima quasi litigando con il mio Presidente Dino Manuzzi: giustamente lui voleva far quadrare il bilancio e i miei no non lo permettevano, cosi mi minacciò di vendermi al Catania, ma a questa notizia ci fù una vera e propria insurrezione popolare, che lo costrinse ad accettare il mio rifiuto.
La mia vita da tifoso è stata sempre presente, perché per anni ho fatto l’allenatore in seconda (per un desiderio del mio Presidente Edmeo Lugaresi) aiutando i vari allenatori che si sono susseguiti, per fargli trovare un ambiente sereno.
Più tardi, dopo il fallimento, dove sono stato coinvolto subdolamente fidandomi di persone che non hanno avuto scrupoli, mi sono un po’ distaccato per due motivi: il mio rammarico e perché non vedevo più il Cesena che è nel mio DNA.”

Il calcio di oggi

Se c’è qualcosa che, ad oggi, fa senza dubbio storcere il naso a molte persone è la gestione finanziaria di alcune grandi società. Quanta diversità trova, in questo aspetto, rispetto al suo calcio?

“Si sta facendo molta confusione in questo, perché il segreto principale per una società di calcio deve essere quello di mantenere i conti in ordine, invece la maggior parte delle società non lo fanno, sforando i conti oltre le loro possibilità, per poi darsi la colpa l’un con l’altro. Chi comanda in una società è il Presidente, il quale stabilisce il bilancio preventivo (cioè quello che hai in saccoccia), e poi c’è chi è preposto a fare il mercato, e che deve stare entro questi parametri! Non mi sembra un’utopia, questo è un dovere! Quindi è logico pensare che c’è qualcosa che non quadra in tutto questo.
Ci sono anche i settori giovanili a cui si deve attingere continuamente. Ai tempi, quando andammo in serie A con Gigi Radice, in rosa eravamo in sette (Ammoniaci, Catania, Ceccarelli, Orlandi, Pagliacci, Righi, Valentini) che provenivamo dal settore giovanile…costo zero! E in due anni siamo andati in serie A.”

Quindi, nel complesso, come crede che sia cambiato il calcio?

E’ cambiato in peggio per i motivi di cui sopra. Poi mi sono sempre chiesto perchè, in Italia, ci siano più stranieri che italiani nelle squadre. Se poi vai a vedere quanti sono gli Italiani che giocano nel mondo e specialmente in Europa….si contano con una mano? Forse? E’ chiaro che ti viene il sospetto che qualcosa non funziona…o no! Evidentemente ci sono delle regole da cambiare altro che Europeisti”

“Ma nonostante ciò, il calcio resta sempre uno sport affascinante, perché coinvolge più persone in una giornata fatta di aggregazione e felicità collettiva, che entusiasma e che serve, dopo una settimana di lavoro, come un aiuto sociale. Per quello che riguarda il gioco è difficile fare un parallelo con ieri e oggi: spesso quando guardo le partite sento certi commentatori a cui manca l’obiettività nei vari episodi: sembra sempre che abbiano paura di prendersi la responsabilità di dire il vero! Questo chiaramente per non scontentare la squadra che poi si potrebbe lamentare nelle sedi opportune. Essere ostaggio di queste cose, nel mondo dello sport, è follia. Scusatemi. I vari “ma” , “mi” , “forse” , “se lui” , “riguardandolo bene però”….ma per favore! Siate veri! Con i vostri pregi e i vostri difetti. Come tutti. E tutti vi apprezzeranno per questo.
Tornando al calcio giocato, certo che è cambiato anche se è difficile fare un parallelo con quello dei tempi nostri, perché vero è il detto: “ognuno è figlio del proprio tempo”. Il calcio ai tempi nostri era più a portata di mano, si parlava più di “calcio giocato” ora di quello più “parlato”, la cosa che mi da più fastidio è quella di sentire gente che sembra ne abbiano titolo, ma che poi dicono cose che con il calcio giocato non c’entrano nulla. E’ un tentativo subdolo di confondere e sviare il pensiero di chi ascolta.”

Nonostante le diversità, che già abbiamo citato, se fosse nato qualche anno più tardi pensa che avrebbe comunque perseguito il percorso da calciatore?

“Certo che si, anche se, oggi, avrei avuto molte più difficoltà ad arrivare alla fine del percorso, perché prima era un gioco, ora è visto più come un lavoro da parte dei genitori, e qui è meglio stendere un velo pietoso per i loro comportamenti, che non fanno altro che creare aspettative ai loro figli, in un momento che per loro deve essere di puro divertimento.”

C’è un giocatore che le ricorda il calcio che ha vissuto in prima persona?

“Una domanda a cui è difficile rispondere, ho sempre ammirato tutti quei giocatori che cercano la collaborazione: quelli che sembra non ci siano, ma che quando sei solo con lui ti chiedono, ti dicono e  si instaura tra voi quella forza di gruppo che, alla fine, si rivela vincente.”

L’importanza dei social

Abbiamo notato che da qualche tempo è entrato a far parte di un gruppo (Quando i calciatori avevano facce da calciatori). Le chiedo dunque: quanto è importante, secondo lei, la presenza di punti di ritrovo come questo? Soprattutto per ricordare il calcio di una volta.

“Sono entrato a far parte di questo gruppo perchè credo rappresenti quella parte di calcio in cui mi riconosco maggiormente, e anche perché senza sapere nulla del passato non puoi avere un futuro migliore.”

Ricordare il passato per puntare al futuro

E’ importante, per i giovani di oggi, avvicinarsi al calcio passato per poter amare profondamente quello moderno?

E’ indispensabile per migliorarsi e cercare di capire cos’è il calcio in un gruppo di lavoro, faccio un esempio: ora con tutti i media e gli interessi che ci sono nel calcio, involontariamente, proprio perché vivono il loro tempo, tutti cercano di mettersi in mostra e durante una partita a cinque/dieci minuti dalla fine, con la tua squadra in vantaggio, vedi difensori che lasciano il loro posto e il loro avversario per andare alla ricerca di cosa? Di un gol? Ma tu stai già vincendo! Di notorietà? Significa che pensi solo a te stesso, non alla squadra o ai tuoi compagni.  Sapete quante squadre perdono o pareggiano negli ultimi minuti di gioco perché un difensore o o un centrocampista lascia la sua zona per andare a cercare la gloria personale?

L’emergenza Coronavirus

Infine, spostandoci sull’attualità, non posso fare a meno di chiederle come sta vivendo la situazione attuale, legata all’emergenza Coronavirus. Ma soprattutto come e quando, secondo lei, il calcio debba ripartire.

“Ultimamente se ne sentono di ogni, invece di fare proclami per poi disattenderli , è meglio aspettare di avere notizie certe e più confortanti su questa triste vicenda, decidendo poi il da farsi. Certo che la soluzione è di difficile attuazione, qualsiasi cosa si decida di fare inevitabilmente scontenterai qualcuno. A questo punto spetta al buon senso di chi deve prendere le decisioni lasciare fuori ogni tipo di interesse.”

Per finire vorrei ringraziare nuovamente “Quando i calciatori avevano facce da calciatori” dell’opportunità di colloquiare con questo gruppo di ex calciatori, leggerli è pur sempre un tuffo nel passato che possa essere di buon auspicio per un calcio sempre migliore. Un abbraccio.”

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